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I file di Epstein: lezione europea agli Usa

“Questa è l’amministrazione di Epstein”. Con queste parole il deputato Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, ha attaccato l’amministrazione Trump, accusandola di opacità e di una gestione ambigua dei documenti legati a Jeffrey Epstein. L’affondo di Massie non è isolato. Insieme a Ro Khanna, parlamentare democratico californiano, ha promosso un’iniziativa per rendere pubblici integralmente i file ancora secretati. I due hanno sostenuto che la trasparenza sia l’unico antidoto al sospetto che le élite si proteggano a vicenda.

di Domenico Maceri | 21 Febbraio 2026

“Questa è l’amministrazione di Epstein”. Con queste parole il deputato Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, ha attaccato l’amministrazione Trump, accusandola di opacità e di una gestione ambigua dei documenti legati a Jeffrey Epstein. L’affondo di Massie non è isolato. Insieme a Ro Khanna, parlamentare democratico californiano, ha promosso un’iniziativa per rendere pubblici integralmente i file ancora secretati. I due hanno sostenuto che la trasparenza sia l’unico antidoto al sospetto che le élite si proteggano a vicenda.

Va ricordato che Jeffrey Epstein, finanziere di successo, con relazioni ad altissimo livello nel mondo politico, accademico e finanziario, è stato accusato di traffico sessuale di minorenni. Già nel 2008 era stato condannato ottenendo un accordo che gli evitò accuse federali più gravi. Arrestato nuovamente nel 2019, fu trovato morto nella sua cella in un carcere federale di New York. Le autorità parlarono di suicidio, ma le circostanze alimentarono dubbi e teorie del complotto che ancora oggi persistono.

Nonostante l’enormità delle accuse e la rete di contatti che emerge dai documenti giudiziari — registri di voli, agende telefoniche, calendari di incontri — gli effetti negli Stati Uniti sono stati relativamente limitati. La condanna più significativa è stata quella di Ghislaine Maxwell, collaboratrice di Epstein, condannata a 20 anni di carcere per traffico sessuale. Per il resto, le conseguenze si sono concentrate su danni reputazionali, qualche dimissione e molte dichiarazioni di distanza.

Uno dei casi più rilevanti è stato quello di Alex Acosta, l’ex procuratore federale che nel 2008 aveva negoziato l’accordo con Epstein. Divenuto segretario al Lavoro sotto Trump, Acosta si dimise nel 2019 dopo che l’accordo fu riportato e criticato aspramente. Nel settore privato, Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, lasciò l’incarico dopo che emersero pagamenti milionari a Epstein per consulenze fiscali. Anche in ambito accademico e finanziario si registrarono audit interni e prese di distanza.

Molti nomi noti compaiono nei documenti: Bill Clinton, Larry Summers, Kathy Ruemmler, Howard Lutnick. La presenza nei registri non implica automaticamente un comportamento illecito, ma l’associazione ha prodotto imbarazzo e richieste di chiarimenti. La questione centrale non è solo chi abbia commesso reati, ma il fatto che tantissime vittime non abbiano ottenuto giustizia.

In Europa, paradossalmente, le conseguenze istituzionali sono state più visibili. Il caso più clamoroso è quello del Principe Andrea del Regno Unito. Dopo un’intervista disastrosa alla BBC nel 2019, si ritirò dalla vita pubblica. Nel 2022 raggiunse un accordo extragiudiziale con una delle accusatrici, Virginia Giuffre, senza ammissione di colpa. Perse titoli militari e incarichi onorari. Proprio al momento di scrivere siamo informati che l’ex principe è stato arrestato ma subito rilasciato. Sarebbe indagato per presunto “abuso di ufficio” perché avrebbe condiviso informazioni riservate con Epstein. Altri nomi europei di spicco emersi nei contatti di Epstein includono personalità come Jack Lang, Torbjørn Jagland, Peter Mandelson e Morgan McSweeney. Anche in questi casi, più che conseguenze giudiziarie, si è trattato di danni reputazionali e chiarimenti pubblici anche se ci sono state alcune dimissioni..

Il contrasto con l’America è evidente. Negli Stati Uniti, il tema è diventato anche terreno di scontro politico. Durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso maggiore trasparenza sui file. Tuttavia, una volta tornato alla Casa Bianca, ha inizialmente ostacolato il rilascio dei file. Dopo che la Camera ha votato quasi all’unanimità per il rilascio dei file, Trump ha dovuto cedere. Il rilascio però è stato parziale con molti nomi oscurati, come hanno fatto notare Massie e Khanna.

Pam Bondi, il ministro di Giustizia, ha parlato di tutela della privacy e di esigenze investigative, ma per i critici si tratta di un rilascio incompleto che alimenta sospetti invece di dissiparli. Se la promessa era “trasparenza totale”, il risultato appare lontano da quell’obiettivo.

Trump, che in passato aveva frequentato Epstein negli anni Novanta, ha minimizzato i rapporti e sostenuto di aver interrotto ogni contatto molto prima dell’arresto. Tuttavia, per i suoi oppositori, la gestione dei file rappresenta una prova ulteriore che quando il potere è in gioco le rivelazioni vengono dosate con cautela.

L’effetto complessivo è un senso di impunità percepita. Nonostante l’indignazione pubblica, le conseguenze politiche negli Stati Uniti restano contenute. Alcune dimissioni, qualche carriera rallentata, ma nessuna ondata di responsabilità penale tra le élite di primo piano. In Europa, il caso del Principe Andrea ha prodotto una rottura simbolica. In America, invece, il sistema sembra aver assorbito lo shock.

Il rischio, come sottolineano diversi osservatori, è che la vicenda Epstein diventi l’ennesima prova, agli occhi dell’opinione pubblica, che le élite la fanno franca. Specialmente quando la questione lambisce il presidente degli Stati Uniti. La richiesta di trasparenza non riguarda solo un fascicolo giudiziario, ma la credibilità stessa delle istituzioni. Finché i file resteranno parzialmente oscurati, l’ombra di Epstein continuerà a incombere sulla politica americana.

Commentando l’arresto dell’ex principe Andrea, Trump ha detto che si tratta di “un peccato” e di una “triste storia”. Alla domanda se lui crede che quanto avvenuto in Inghilterra possa avere seguito negli Usa, Trump ha risposto immediatamente che lui è “stato completamente esonerato”. Chi lo ha esonerato? Lo crederanno gli americani? Un sondaggio dell’Economist/YouGov ci suggerisce una risposta. Il 53 percento degli americani crede che Trump “stia cercando di coprire i reati di Epstein” mentre solo il 29 percento crede il contrario.

Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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