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I “brontoloni” di Napoleone ovvero i soldati della Guardia imperiale

Ad accompagnare Napoleone nelle sue conquiste furono i grognards, i brontoloni, come lui stesso li battezzò affettuosamente, i soldati della Guardia imperiale. Ne parla Sergio Valzania nel suo ultimo libro, “Napoleone e la Guardia imperiale”.

di Gabriele Parenti | 9 Maggio 2021

I grandi condottieri della storia hanno avuto un rapporto intenso con i loro soldati, in specie i  reparti scelti che erano  lo strumento della vittoria in battaglia e contribuirono a forgiare una leggenda capace di proiettarsi nel tempo. Ad accompagnare Napoleone «nel percorso di occupazione non solo militare dell’Europa e di creazione dell’ultima grande figura di conquistatore prodotta dall’Occidente»  furono i grognards , i brontoloni, come lui stesso li battezzò affettuosamente, i soldati della Guardia imperiale.

Nel suo recente libro Napoleone e la Guardia imperiale. La storia delle truppe che permisero al generale di costruire un impero edito da Mondadori nella collana Le Scie Sergio Valzania è andato alla ricerca della loro storia, dalla nascita in terra italiana come scorta personale del generale Bonaparte allo scioglimento avvenuto alcuni mesi dopo la battaglia di Waterloo, per opera di Luigi XVIII che diffidava, a ragione, di un esercito che dopo avergli giurato fedeltà lo aveva abbandonato per seguire Napoleone nella sua ultima impresa.

In  questo  rilevante volume  scritto con il suo consueto stile  coinvolgente, Sergio Valzania  che è stato  direttore dei programmi radiofonici della Rai , vicedirettore di Radio Rai   e che  ha trattato  l’epopea napoleonica in numerosi saggi (si veda la scheda in calce a questo articolo) rileva che Napoleone cercò sempre di evitare perdite nella Guardia, che considerava preziosa. Perciò ogni suo intervento in combattimento risultò significativo. A Marengo, nella seconda campagna d’Italia, quando la battaglia sembrava perduta la Guardia consolare resistette agli assalti austriaci «come una colonna di granito», nelle parole dell’imperatore; ad Austerlitz la cavalleria della Guardia travolse l’ultima resistenza dell’arciduca Costantino sul centro alleato; a Eilau salvò Napoleone dalla cattura da parte dei russi; in Spagna, a Somosierra, ancora la cavalleria aprì ai francesi la strada per raggiungere Madrid; durante la campagna di Francia, al comando diretto dell’imperatore, la Guardia vinse cinque battaglie in sei giorni. I grognards non potevano mancare all’ultimo appuntamento dell’epopea: a Waterloo, quando ormai tutto era perduto, i soldati del primo reggimento granatieri si chiusero in quadrato a protezione di Napoleone e lo scortarono al sicuro lontano dal campo di battaglia.

Inoltre, in occasione del bicentenario della morte del grande condottiero ho  intervistato Sergio Valzania su alcuni aspetti  significativi ma controversi , che suscitano ancora oggi interrogativi.

Hai scritto un libro su “L’arte del comando”.. in cosa eccelleva particolarmente  Napoleone?   

Napoleone aveva due caratteristiche che ne facevano un grande generale. La prima consisteva nel sapersi far amare e rispettare dai soldati, più ancora che dagli ufficiali. Si diceva che la sua presenza sul campo di battaglia valesse alcune decine di migliaia di uomini. Era attento a curare ogni dettaglio della comunicazione rivolta alle truppe, a cominciare dai vestiti che indossava, la sua mise semplice e riconoscibilissima, con la redingote grigia e in cappello a lucerna, che viene chiamata da petit caporale, piccolo caporale, soprannome affettuoso che gli avevano dato i soldati durante la campagna d’Italia. Prima di passare in rassegna un reparto studiava il suo libretto d’organico, individuando i veterani con i quali si intratteneva e ai quali poteva dare improvvise promozioni. La decorazione della Legion d’onore che aveva sul petto non era cucita, ma fissata con una spilla, nel caso non rarissimo che la dovesse staccare per appuntarla sulla giubba di qualcuno che aveva compiuto un gesto da valoroso davanti a lui.

Come tecnico, Napoleone dimostrava una grande capacità di comprendere le situazioni, di rendersi conto di cosa stava accadendo durante la battaglia. Ancora oggi, con le tecnologie di comunicazione più moderne, per i comandi è difficile capire che cosa sta accadendo in prima linea, all’inizio dell’Ottocento per ricevere notizie e mandare ordini in campi di battaglia, avvolti dal fumo prodotto dalla polvere nera e a volte estesi per diversi chilometri, esistevano solo cannocchiali e aiutanti di campo a cavallo che portavano ordini scritti a mano. Nella confusione generale Napoleone sapeva rendersi conto di cosa stava succedendo, dosare i rinforzi e cogliere il punto giusto e il momento opportuno per lanciare l’attacco decisivo, che sfondava il fronte avversario e metteva in rotta il nemico. Di questa qualità si accorsero i suoi avversari che cominciarono a evitarlo e ad attaccare i reparti distaccati comandati dai suoi marescialli. A Waterloo fu sconfitto dalla tenuta difensiva delle truppe di Wellington.

Quali i suoi più gravi errori  ?

Gli errori di un militare, che alla fine si rifugiava nella guerra come soluzione di ogni problema, dato che era l’ambito nel quale si sentiva più sicuro. Diplomatico incerto non seppe sviluppare una strategia politica efficace. Preso tra il desiderio di costruire un assetto continentale nuovo e quello di essere accolto nel novero dei regnanti europei, finì per non conseguire nessuno dei due risultati, che forse avrebbe potuto cogliere se avesse concentrato ogni sforzo su uno solo di essi.

A questo si aggiunge una tendenza eccessiva all’accentramento, alla pretesa di decidere e controllare tutto, conseguenza nefasta della consapevolezza dei grandi mezzi intellettuali di cui era consapevole di disporre. Il fallimento in Russia fu anche il collasso del sistema di comando centralizzato che pretendeva di impiegare. Inoltre gli mancò la comprensione delle dimensioni dell’inferiorità strategica nella quale si venne a trovare dopo la campagna di Russia: continuò a cercare fino al disastro definitivo la soluzione militare di una situazione compromessa in maniera irrecuperabile.

Avrebbe potuto evitare  la sconfitta finale e la perdita del potere?   Come?  

Poni il grande problema della storia: quanto le singole personalità siano capaci di modificare il corso degli eventi. Certo, con un po’ di accortezza, Napoleone avrebbe potuto ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza politica maggiore e più gradevole dell’esilio a Sant’Elena. C’è però da domandarsi quale fosse il suo vero obiettivo, a cosa mirasse soprattutto. Sappiamo che fra le sue ambizioni maggiori c’era quella di passare alla storia come un grandissimo generale e mitico comandante, del livello dei grandi della storia, Alessandro, Cesare, Carlo Magno. Da questo punto di vista bisogna dire che ha conseguito un successo assoluto: è stato ammesso con tutti gli onori nel pantheon dei conquistatori. La fuga dall’Elba e la vicenda dei cento giorni diventano comprensibili, direi necessari, se considerati passaggi utili in questa ricerca. Per contro è innegabile che una gestione diplomatica più accorta, unita alla consapevolezza dell’inferiorità strategica nella quale si trovava dopo il compattamento di Inghilterra, Russia, Austria, Svezia e Prussia avrebbe potuto portare all’ottenimento di condizioni accettabili di permanenza sul trono di Francia. Gli alleati lo temevano militarmente e non avevano un particolare interesse a riportare i Borboni e Luigi XVIII al potere a Parigi.

Tra i numerosi lavori di Sergio Valzania che trattano del grande Bonaparte merita sottolineare anche che quest’anno  Sellerio ha  pubblicato  una nuova edizione  del suo Napoleone ( Il libro è il testo rivisto di un programma radiofonico realizzato da Valzania come modello per la trasmissione «Alle 8 della sera».).

Tra gli altri libri si ricordano Austerlitz. La più grande vittoria di Napoleone, Mondadori,  2005, I Dieci Errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell’uomo che voleva cambiare la storia, Mondadori, 2012, Cento giorni da imperatore. L’ultima vittoria di Napoleone,  Mondadori,  2105, L’arte del comando. Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone, Newton Compton, 2015   oltre al già citato Napoleone e la Guardia imperiale. La storia delle truppe che permisero al generale di costruire un impero  Mondadori,   2021

Gabriele Parenti

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: battaglia, comandante, europa, fallimento, francia, giulio cesare, italia, madrid, parigi, punto di vista, rai, soldati, soluzione, spagna

Info Gabriele Parenti

Giornalista professionista e scrittore, ha svolto per numerosi anni, all’interno della RAI, attività di progettazione e conduzione di programmi radiotelevisivi per le reti nazionali e per la Sede Rai Toscana.

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