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“Houston? Abbiamo un problema…”

Tre settimane di guerra. Trump dice che la guerra è vinta e che i mercati si stanno stabilizzando. L’Iran risponde che sono farneticazioni e che Trump sta negoziando con se stesso. Sta di fatto che gli attacchi continuano, le tensioni pure, e l’energia resta sotto pressione. Anche un bambino che gioca con i soldatini sa che una guerra finita non si comporta così. Se davvero fosse chiusa, non avresti basi ancora sotto attacco, rotte strategiche a rischio e prezzi che reagiscono a ogni dichiarazione. Qui non c’è stabilità, c’è solo una narrazione che prova a correre più veloce dei fatti per salvare il salvabile, consenso incluso.

di Piero Terracina | 26 Marzo 2026

Tre settimane di guerra. Trump dice che la guerra è vinta e che i mercati si stanno stabilizzando. L’Iran risponde che sono farneticazioni e che Trump sta negoziando con se stesso. Sta di fatto che gli attacchi continuano, le tensioni pure, e l’energia resta sotto pressione.

Anche un bambino che gioca con i soldatini sa che una guerra finita non si comporta così. Se davvero fosse chiusa, non avresti basi ancora sotto attacco, rotte strategiche a rischio e prezzi che reagiscono a ogni dichiarazione. Qui non c’è stabilità, c’è solo una narrazione che prova a correre più veloce dei fatti per salvare il salvabile, consenso incluso.

Trump sta cercando di chiuderla a parole. Serve a dare un segnale, a dire “missione compiuta”. Ma non basta dirlo perché sia vero. L’Iran non tratta, non arretra e soprattutto mantiene la leva che conta: può ancora mettere sotto stress il sistema energetico globale. Questo è lo status quo attuale e i mercati lo sanno. Infatti non si fidano. Oscillano, si proteggono, aspettano. Non credono ai comunicati, guardano quello che succede davvero.

In America però sembrerebbe che qualcosa inizia a muoversi. Finita l’ubriacatura iniziale all’ indomani dell’ elezione di Trump, il clima sta cambiando. La fiducia sul presidente sta scendendo. I consensi sono a picco. Sempre più persone non credono alle narrazioni del Presidente, non vedono risultati concreti. Vedono solo una guerra che non si chiude ed una economia sempre più in difficoltà.

E quando salta la fiducia interna, il problema diventa politico prima ancora che militare.

Anche Israele sembrerebbe iniziare a capirlo. Netanyahu continua a stare nella partita, ma ha iniziato a prendere dialetticamente le distanze. Nelle dichiarazioni restano allineati, nei fatti iniziano i distinguo. Segno che anche lui non è così convinto che questa gestione americana stia portando davvero dove dovrebbe.

L’Europa osserva e prende sempre più le distanze da Trump. Si muove poco e parla ancora meno, segno che non vede una direzione chiara. Cina, India, Pakistan e altri grandi attori sono di fatto assenti, stanno alla finestra. Aspettano. Non si espongono finché il quadro resta così incerto. Della Russia c’è poco da dire. Putin è incastrato nei problemi che si è creato da solo, più impegnato a reggere il proprio fronte che a incidere davvero su questo al di là delle stucchevoli e saltuarie dichiarazioni.

Il quadro è semplice. Washington dice “abbiamo vinto”. Teheran dice “non è vero”. I mercati non ci credono. L’America si raffredda. Gli alleati iniziano a muoversi con cautela, gli altri osservano senza intervenire.

Questa non è la fine della guerra. È il momento in cui la guerra smette di essere controllata e diventa un problema per tutti.

Sono sempre più convinto che l’ Iran sarà la tomba dell’ attuale establishment americano.

L’ Italia? L’ Italia è in campagna elettorale.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, Esteri, Non sanno quello che dicono

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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