
Certamente. La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta uno scenario da “codice rosso” per l’Italia e per l’equilibrio diplomatico globale. L’Italia è particolarmente vulnerabile a causa della sua dipendenza dalle importazioni energetiche via mare. Lo Stretto è il passaggio obbligato per il GNL (Gas Naturale Liquefatto) proveniente dal Qatar, uno dei nostri principali fornitori. Una chiusura prolungata causerebbe un’impennata immediata dei prezzi del gas e dell’elettricità, rallentando la produzione industriale. Con circa il 20% del petrolio mondiale bloccato, il prezzo del greggio (Brent) potrebbe superare rapidamente i 100-110 dollari al barile, riflettendosi in pochi giorni sui costi di rifornimento alla pompa. L’aumento dei costi energetici e dei trasporti marittimi genererebbe un effetto a catena sui prezzi dei beni di consumo, annullando i progressi fatti nella lotta all’inflazione degli ultimi anni. Hormuz è indissolubilmente legata alla sua posizione geografica nello stretto che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, rendendola per secoli uno dei nodi commerciali più ricchi e contesi del mondo. Condanna durissima. Washington ha già dichiarato la chiusura un “atto di aggressione illegale alla libertà di navigazione” e sta muovendo la Quinta Flotta per scortare i mercantili, aumentando il rischio di uno scontro diretto.
La posizione di Pechino è ambigua. Essendo il principale acquirente di petrolio iraniano, la Cina subisce un danno enorme, ma diplomaticamente evita di condannare Teheran, chiedendo invece “moderazione a tutte le parti” per evitare un’egemonia USA nel Golfo.
Bruxelles cerca una mediazione disperata per evitare l’allargamento del conflitto, conscia che un’escalation militare renderebbe lo Stretto una zona di guerra permanente.
Le Forze della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC) hanno emesso avvisi via radio dichiarando che nessuna nave è autorizzata a passare. Oltre 100 portacontainer e 450 petroliere sono attualmente ferme all’interno o in prossimità dello stretto, con le principali compagnie di navigazione (come Maersk) che hanno già annunciato il reindirizzamento delle flotte verso il Capo di Buona Speranza. Il l Capo di Buona Speranza è il simbolo delle grandi esplorazioni marittime. I premi assicurativi per il transito nel Golfo sono stati cancellati o aumentati drasticamente, rendendo la rotta commercialmente insostenibile anche senza un blocco militare totale. Lo stretto di Hormuz si estende per 560 chilometri, arrivando a una larghezza massima di 320 chilometri. In pratica è un braccio di mare, un po’ più largo e un po’ meno lungo dell’Adriatico. Anche per l’Iran Hormuz è però un passaggio fondamentale. Gli analisti hanno più volte definito un potenziale blocco dello stretto un vero e proprio suicidio per il Paese. Dal 1979 ad oggi, in circa 20 occasioni Teheran ha minacciato di interrompere i transiti, a partire dagli anni della guerra contro l’Iraq (1980-88). I momenti di tensione si sono registrati con maggior frequenza a partire dalla crisi economica del 2008, con un picco registratosi tra il 2018 e il 2022. In quel periodo l’Iran non ha esitato a prendere di mira, direttamente e tramite i suoi alleati in Iraq e Yemen, interessi petroliferi occidentali negli Emirati e a largo delle coste di Abu Dhabi. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (USCENTCOM) ha dichiarato di aver affondato diverse navi da guerra iraniane nel Golfo di Oman. Oltre a Khamenei, fonti riportano la morte dell’ex presidente Ahmadinejad nei raid che hanno colpito basi dei Pasdaran e aree residenziali strategiche. L’operazione, che il presidente statunitense Trump ha ipotizzato possa durare circa quattro settimane, è stata descritta come un’azione preventiva volta a smantellare le infrastrutture nucleari di Teheran e impedire la proliferazione atomica. Gli attacchi hanno colpito anche il quartier generale dei Pasdaran e la residenza di Khamenei. Prima dell’attacco militare, l’Iran era già scosso da mesi di violente proteste interne (iniziate nel 2025) con stime di oltre 3.000 vittime causate dalla repressione delle autorità. Risultano circa 500 italiani residenti in Iran; al momento non si segnalano civili italiani coinvolti direttamente negli attacchi.
Giuseppe Basilico

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