
Pensare di proporlo al Trip Advisor, sarebbe una provocazione, una cosa impensabile, ma ho pranzato lì, a Chernobyl, alla mensa delle centrali atomiche. Di fianco alla “Lenin”, la numero quattro, ora avvolta nel sarcofago. Un anno fa durante la visita guidata a Pripyat, la città morta, il nostro pasto fu consumato tra i lavoratori delle centrali ancora attive. Sono passati oggi, esattamente trentaquattro anni dal disastro. Animali, uomini, piante sono ancora presenti, anzi, mai sono scomparsi, ora più rigogliosi di allora. Solo la giovane città di Prypiat sull’omonimo fiume è abbandonata. L’antica e medioevale Chernobyl, è viva. Alla mensa, una scodella di Solanka, ci ha ristorato, assieme a due polpette con contorno di maccheroni scotti. Oggi tutto e cambiato. Chernobyl, è probabile, diventerà una sorta di parco per turisti, emblema del fallimento sovietico. Pripyat, dopo la splendida Kyiv, deve essere visitata, almeno per capire qualcosa oltre la tragedia. Certo, la sconsideratezza della classe politica ha causato una catastrofe ambientale e vittime. Le conseguenze non sono da sottovalutare. Ma l’incidente nucleare al confronto con i danni provocati dal petrolio da allora fino ad oggi, è poca cosa. Tra la centrale numero quattro e la mensa degli operatori, ci sono poche centinaia di metri. Alcuni cani randagi stesi davanti all’ingresso riposano distesi dopo il loro pasto. Prima di arrivare alla mensa, il controllo biometrico è d’obbligo. Speravo nel Borsh, tipica zuppa ucraina, non russa, assolutamente non russa, speciale, da leccarsi i baffi; ma mi ero un illuso. In quella algida e grande sala, come sono di solito le mense di tutto il modo, ho trovato un souvenir: un tovagliolo con scritto “ Hey! I’m eating in Chornobil ! :)”. Consumato il pranzo, continuiamo la nostra perlustrazione attraverso una vasta area ormai del tutto boschiva tra i ruderi della città. Durante i tanti anni, il luogo ha ritrovato la fauna che da decenni non si vedeva più. Sui muri di Prypiat, murales di orsi, o altri animali selvatici sono stati disegnati da ignoti. La notte gli ha favoriti e come sotto l’effetto ipnotico della desolazione hanno creato le loro opere; novelli uomini delle caverne. Poco tempo dopo l’esodo, dopo l’ingiusto sacrificio di uomini volenterosi che non sapevano, o non conoscevano il rischio di quella nuova Pompei, la vita ha ripreso. Dopo che le lunghe code di autobus di linea, auto, camion, scesero per l’Ucraina in colonne lunghissime, sono tornati i lupi, le alci e tanti animali quasi estinti. Alcuni chilometri oltre Prypiat, due luoghi sorprendenti. Il primo, top secret: Chernobyl 2, serviva come base per intercettare il possibile arrivo di missili nucleari dagli USA. Su di un terreno sabbioso di un sito militare sovietico dismesso, si alza ancora in cielo una enorme racchetta di sensori e fili d’acciaio che avrebbe dovuto intercettare i missili attraverso il rimbalzo di segnali sulla ionosfera. Infine, sosta obbligatoria agli strumenti di lavoro di chi affrontò il drago nei folli giorni del suo delirio. In un giardino recintato sono ancora esposti i robot che a poco servirono per la bonifica. Strumenti grotteschi: cingolati, con bracci mobili, pinze e racchette, che avrebbero dovuto raccogliere detriti, superare ostacoli, salire scale, per ripulire almeno le prime parti contaminate, mentre, invece, solo l’uomo combatteva nudo davanti all’alito pesante del drago. Un saluto colmo di pensieri, tributo a quegli eroi, è per noi un obbligo senza peso.
Enrico Martelloni




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