“Le potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica 1939-1945”(Rubbettino, 2013) di Di Rienzo e Gin legge il Patto Molotov-Von Ribbentrop (23 agosto 1939) non quale “pausa momentanea di una guerra di sterminio a sfondo ideologico” bensì come il vero ‘patto di acciaio’ ispirato da un progetto di una coalizione planetaria, il cui scopo era distruggere il predominio anglosassone nel mondo.

Le generazioni come la mia, nate a pochissimi decenni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, erano state indotte a sue interpretazioni del tipo: si trattò “(…) soprattutto di un conflitto ideologico tra sistemi politici diversi. Germania, Italia e Giappone si proposero come fine un ‘nuovo ordine’ internazionale, da realizzarsi con l’annientamento delle democrazie ‘plutocratiche’, del bolscevismo, della ‘congiura internazionale ebraica’; di contro le potenze occidentali, alle quali si affiancò l’Unione Sovietica, levarono la bandiera della democrazia e della libertà ‘contro forze selvagge e brutali che tentano di soggiogare il mondo’”. Il brano è tratto dal terzo volume di “Storia e storiografia”, curato da Antonio Desideri con la collaborazione di Angelo Gianni ed edito nel 1983 dalla casa editrice D’Anna; un testo atipico per il tempo, perché ad ogni capitolo della storia affiancava una ricca sezione storiografica; dove ad esempio, restando in tema, era dato spazio a tesi minoritarie come quella del Taylor, per il quale il mito di Hitler e del nazismo come forza demoniaca capace di determinare una catastrofe di proporzioni enormi costituiva “una risposta evasiva alla questione delle reali responsabilità della seconda guerra mondiale”. Eppure, anche in un compendio ambizioso come quello, la vulgata dei “buoni” contro i “cattivi” prevaleva.
Ecco dunque che il libro di Di Rienzo e Gin rompe in modo convincente quel nesso tra storia e propaganda e, basandosi su fatti precisi e in parte inediti, legge il Patto Molotov-Von Ribbentrop (23 agosto 1939) non quale “pausa momentanea di una guerra di sterminio a sfondo ideologico” bensì come il vero ‘patto di acciaio’ ispirato da un progetto di una coalizione planetaria, il cui scopo era distruggere il predominio anglosassone nel mondo. E se Mussolini, dinanzi al patto russo-tedesco, mostrò disappunto non fu per ragioni ideologiche bensì per essere stato battuto sul tempo da Hitler.
La lettura del libro, che per l’infittirsi dei documenti e dei personaggi si fa in certe pagine tutt’altro che agevole, mostra il volto crudo dei fatti, somigliante per spregiudicatezza ad un risiko; sul quale, al termine dei giochi, quando alcuni ‘giocatori’ risultarono vincitori e altri vinti, la ‘lectio’ dei primi stese il velo di copertura per i contemporanei e per i posteri. Tuttavia l’esame del fitto susseguirsi di incontri e carteggi diplomatici mostra come le Cancellerie europee tutte fossero state “disposte a giocare su ogni tavolo, in assoluta libertà, rispetto all’ingessata visione della lotta ‘fascismo-antifascismo’ consacrata dalla propaganda bellica”. Ancora nel 1943 il sistema di alleanze costituito tra il 1939 ed il 1942 era a rischio di un generale smottamento, da cui un possibile capovolgimento delle sorti del conflitto. Gli approcci tra emissari di Berlino e di Mosca per chiudere l’Ostfront si susseguirono anche mentre sovietici e tedeschi se le davano di santa ragione. Il pendolo di Stalin dovette volgere a favore di Hitler piuttosto che dei cospiratori del 20 luglio 1944 – tra i quali sussisteva un’ala filo-sovietica incarnata dallo stesso Von Stauffenberg –, perché? Solo la permanenza al potere del Fuhrer assicurava che il Reich non si sarebbe avvicinato a Gran Bretagna e Stati Uniti.
E’ evidente il senso dell’accostarsi a verità tuttora scomode. Non è soltanto il punto di partenza per una diversa spiegazione dei fatti storici. E’ un potente iniettore di dubbi e riflessioni critiche anche sulle vicende post-belliche: le spartizioni territoriali, gli esiti dei processi costituenti nei vari Paesi europei, le contrapposizioni politiche, la Guerra Fredda e la caduta del muro di Berlino. Ci sono ancora, ci sono sempre dei muri – subdoli poiché invisibili – da abbattere: quelli che le ideologie e la politica erigono (o conservano) per dominare le nostre vite e la nostre coscienze.

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