
L’ambasciata degli Stati Uniti ad Haiti ha invitato tutti i cittadini americani presenti nel paese a lasciarlo “il prima possibile”, a causa della crescente insicurezza nell’isola. Un ulteriore campanello d’allarme dopo la decisione, il mese scorso, di evacuare il personale governativo non essenziale e le famiglie dei diplomatici presenti nella capitale Port-au-Prince. Nel contempo però, le autorità americane continuano i rimpatri di migranti haitiani illegali nella piccola nazione caraibica alle prese con un’escalation di violenze. Finora sono circa 200mila le persone sfollate a causa degli scontri tra bande armate che di fatto tengono in assedio la popolazione civile. Una situazione che si trascina dall’omicidio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021 per mano di mercenari colombiani, ma che affonda le sue radici in tempi più antichi. Per cercare di porre un freno all’instabilità, Washington ha proposto l’invio di una forza multinazionale a guida keniota. Le associazioni per i diritti umani però chiedono garanzie per proteggere gli haitiani dall’uso illegale della forza, da parte di un corpo di polizia con una reputazione dubbia e numerosi precedenti di abusi. I caschi blu dell’ONU, presenti nel paese dal 2004 al 2017 con una missione di stabilizzazione – MINUSTAH – seguita da una missione di supporto alla giustizia, hanno lasciato il paese nel 2019, dopo una permanenza marchiata dagli scandali, tra cui numerosi episodi di violenza sessuale e un’epidemia di colera che ha devastato il paese, riconducibile al contingente nepalese.
I sostenitori dell’intervento obiettano che la crisi ad Haiti non può più essere ignorata. Le bande armate terrorizzano la popolazione commettendo atrocità – incluso l’uso della violenza sessuale come arma – e la polizia haitiana non è in grado di fronteggiarli. Il paese di 11 milioni di abitanti, con poco meno di 12.800 poliziotti e all’incirca 200 gang in lotta tra loro, è sempre più ingovernabile. I gruppi criminali di fatto controllano due terzi della capitale insieme a strade e porti chiave. Come se non bastasse, secondo la Rete nazionale di difesa dei diritti umani di Haiti (Rnnh), la situazione è peggiorata, con almeno 75 persone uccise e 40 rapite dal primo maggio al 12 luglio. I rapimenti di donne e bambini sono un fenomeno sempre più diffuso e l’Unicef ha denunciato quasi 300 rapimenti nella nazione caraibica nei primi sei mesi dell’anno. La violenza non risparmia operatori umanitari e giornalisti: questi ultimi in particolare non solo rischiano di trovarsi nel fuoco incrociato degli scontri tra bande e forze di polizia ma sono anche deliberatamente presi di mira da entrambi i gruppi. Secondo i dati IPI, solo nei primi sette mesi del 2023 almeno tre giornalisti sono stati uccisi e sei rapiti mentre lo scorso anno, con 8 giornalisti uccisi, Haiti si è guadagnata il podio come terzo paese al mondo più pericoloso per gli operatori dell’informazione.
Un paese alla fame?
All’insicurezza si uniscono la generale crisi economica e una la peggior carestia che il paese ricordi: l’isola è tra i 5 paesi con la più alta percentuale di popolazione al mondo in condizione di insicurezza alimentare (48%). Un terremoto nel 2021 (seguito a un altro devastante sisma che nel 2010 causò circa 300mila morti) ha innescato una crisi alimentare e contribuito al ritorno del colera. Oggi, secondo le Nazioni Unite nel paese 4,7 milioni di persone soffrono la fame acuta. Una via d’uscita per l’impasse in cui versa il paese dovrà necessariamente passare per lo smantellamento delle bande criminali e lo svolgimento di nuove elezioni. Entrambi gli obiettivi, però, sembrano una prospettiva lontana. L’attuale presidente ad interim Ariel Henry, subentrato a Moïse dopo l’assassinio, ma non eletto, è considerato un leader illegittimo da gran parte degli haitiani e sospettato di complicità nell’assassinio del suo predecessore. La sua amministrazione non ha più un solo funzionario eletto. E il governo è accusato di aver contribuito a rafforzare e diffondere il fenomeno delle bande che ora controllano gran parte del paese, avendo precedentemente collaborato con fazioni paramilitari.
Storia di una condanna?
La situazione drammatica in cui versa il paese non è pienamente comprensibile se non se ne conosce la storia. Un tempo ricchissima colonia dell’impero francese, l’isola – lungo la principale rotta degli uragani che si abbattono con cadenza ciclica tra Nord America e Caraibi – fu la culla della prima ‘repubblica nera’ del mondo. A lungo isolata diplomaticamente ed economicamente, la repubblica nata dalla rivolta degli schiavi provenienti dalle coste africane e diretti nel continente americano pagò a caro prezzo la sua libertà finendo di risarcire ai francesi un debito milionario solo nel 1904, ovvero un secolo dopo la proclamazione dell’indipendenza. Dal 1915 al 1934 l’occupazione americana contribuì a peggiorare la situazione economica e verso la metà degli anni Trenta, la Grande Depressione mise fine alle esportazioni. Ci furono rivolte, colpi di stato e poi, nel 1957, arrivò François ‘Papa Doc’ Duvalier, passato alla storia semplicemente come ‘Papa Doc’. Il suo regime prima e quello del figlio, ‘Baby Doc’ poi, sono considerate tra le più corrotte e repressive cleptocrazie della storia moderna. Nei 28 anni complessivi al potere e fino alla fuga in esilio di Baby Doc nel 1986, tra i 30mila e i 60mila haitiani furono brutalmente uccisi e molti altri violentati, picchiati e torturati. Il paese fu lasciato in una situazione di miseria estrema e assenza totale di infrastrutture, mentre la famiglia Duvalier aveva messo da parte un enorme patrimonio personale. “Confrontando Haiti con i suoi vicini, altrettanto esposti ai disastri naturali ma molto più attrezzati per farvi fronte perché sono società molto meglio funzionanti, l’unica conclusione possibile – afferma lo storico Alex von Tunzelmann, – è che sia la sua storia turbolenta che l’ha portata al punto in cui è adesso”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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