
Da mesi si rincorrono analisi, indiscrezioni e segnali economici che raccontano una Russia molto più fragile di quanto la propaganda del Cremlino voglia far credere. Parlare oggi di default imminente può sembrare forse prematuro seppur in dirittura di arrivo, ma negare che il sistema russo sia entrato in una fase estremamente pericolosa significa semplicemente rifiutare la realtà.
L’economia russa continua a reggersi quasi esclusivamente su una gigantesca economia di guerra, sorretta da un PIL terzomondista ed una valuta che è divenuta in cinque anni carta igienica. La crescita sbandierata da Mosca nasce soprattutto dalla produzione militare, dalla spesa pubblica e dalla conversione forzata dell’apparato industriale verso il conflitto. Fuori da quel recinto, il quadro è molto meno glorioso: inflazione alta, tassi elevati, carenza di manodopera, fuga di cervelli, tecnologia sempre più difficile da reperire e una pressione finanziaria crescente stanno consumando lentamente il sistema.
La Russia non è collassata nel giro di pochi mesi come molti avevano ingenuamente previsto nel 2022. Ma il logoramento esiste ed è ormai evidente, ed è qualcosa di molto peggiore di una semplice sconfitta militare. Una sconfitta può essere assorbita, raccontata, perfino trasformata in propaganda interna. Il logoramento strutturale invece consuma economia, stabilità sociale, apparato industriale, credibilità internazionale e perfino quella percezione di forza che il Cremlino ha costruito per decenni.
Mosca continua a sopravvivere grazie alle esportazioni energetiche verso Cina e India, al controllo autoritario interno e a un apparato repressivo che permette al Cremlino di mantenere artificialmente una certa stabilità sociale. Ma questa non è forza. È gestione emergenziale permanente.
E non bisogna dimenticare un dato enorme: quella che Putin immaginava come una “operazione speciale” rapida e chirurgica è ormai diventata una guerra di logoramento che, per durata, può essere ormai accostata ai grandi conflitti del Novecento. Non siamo più davanti a una campagna militare breve, ma a un conflitto che ha consumato anni, uomini, mezzi, risorse economiche e credibilità internazionale. Più passa il tempo, più il paragone con la guerra lampo immaginata da Mosca diventa impietoso.
Il vero problema è che una guerra moderna non si combatte soltanto con i carri armati. Si combatte con la capacità industriale, tecnologica e finanziaria di sostenere lo sforzo bellico nel lungo periodo. Ed è proprio qui che iniziano a vedersi le crepe più profonde.
Ormai perfino sul piano militare emergono segnali pesantissimi per Mosca. La penetrazione sempre più frequente dei droni ucraini ad alta efficienza nello spazio russo, fino ad arrivare nei dintorni della capitale, mostra qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: i sistemi di difesa russi non appaiono più in grado di garantire una copertura efficace e impermeabile del territorio.
E questo è un segnale enorme.
La narrativa russa si è sempre basata sull’idea di una macchina militare impenetrabile, tecnologicamente superiore e capace di controllare il proprio spazio strategico. Oggi invece il mondo osserva droni relativamente economici colpire infrastrutture, aeroporti, depositi e aree sensibili sempre più in profondità dentro la Federazione Russa.
Non è soltanto un problema militare. È un problema psicologico, politico ed economico.
Ogni incursione dimostra che il conflitto non è più confinato lontano dal cuore del potere russo. E soprattutto dimostra che mantenere una copertura difensiva totale su un territorio immenso sta diventando economicamente e logisticamente insostenibile.
Nel frattempo anche l’atteggiamento europeo è cambiato. L’Unione Europea appare ormai stanca delle continue provocazioni, delle ingerenze sistematiche e della solita cantilena dell’accerchiamento portata avanti dal Cremlino da anni. Soprattutto verso i Paesi baltici e l’Europa orientale, che hanno voltato definitivamente le spalle a Putin e alla sua visione neo-imperiale.
L’errore strategico enorme di Mosca è stato proprio questo. Tentare di fermare l’avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente attraverso la guerra ha ottenuto l’effetto opposto. Kiev oggi è più vicina che mai all’orbita europea e atlantica, sostenuta economicamente, militarmente e politicamente da un’Unione Europea che, pur tra lentezze e divisioni interne, ha compreso che questa partita riguarda la sicurezza futura dell’intero continente.
Putin, organizzando il conflitto in perfetta autocrazia e trasformandolo in una guerra di logoramento, ha finito per offrire all’Europa il tempo necessario per mettersi alla finestra, ricompattarsi, riarmarsi, isolare le manie espansionistiche russe e osservare il progressivo deterioramento militare ed economico del Cremlino.
L’UE sostiene l’Ucraina, lascia che Mosca consumi uomini, mezzi e risorse dentro una guerra interminabile e nel frattempo assiste alla lenta erosione della macchina russa. La NATO è più compatta in attesa che Trump si tolga dalle scatole, più vigile e più consapevole del pericolo, in attesa che anche negli Stati Uniti si chiuda definitivamente la parentesi politica rappresentata da Trump e dalle sue ambiguità strategiche verso Mosca.
Ed è probabilmente questa la vera disfatta che inizia a delinearsi per Putin. Non soltanto militare. Non soltanto economica. Ma storica.
Nel tentativo di ricostruire una sfera d’influenza imperiale, la Russia rischia di aver ottenuto l’esatto contrario: NATO più compatta, Europa più militarizzata, Paesi baltici definitivamente ostili, Ucraina sempre più integrata con l’Occidente e una economia russa destinata a uscire da questo conflitto enormemente più fragile, isolata e dipendente di quanto fosse prima del 2022.
E non bisogna dimenticare un altro dettaglio che la propaganda evita accuratamente: questa presunta grande superpotenza russa, tolta la retorica nucleare e militare, mostra una struttura economica fragile, sproporzionata rispetto alle sue ambizioni imperiali. Il suo peso reale non è quello di una superpotenza globale, ma quello di un’economia che arranca, compressa dalle sanzioni, dalla guerra e da una moneta che sopravvive più per controllo politico che per fiducia reale. Il rublo, fuori dalla narrazione interna del Cremlino, appare sempre più come carta straccia tenuta in piedi artificialmente.
Questa è la fotografia più crudele per Mosca: un impero che sogna di ridisegnare l’Europa, ma che brucia risorse a un ritmo insostenibile, mentre l’Ucraina, con il sostegno occidentale, continua a trasformare la guerra voluta da Putin nel meccanismo stesso della sua possibile disfatta.
Tranquilli, non dovrebbe mancare molto. Il destino russo pare ormai tragicamente segnato. Non tanto da una singola battaglia o da un crollo improvviso, ma da una lenta erosione militare, economica e strategica che giorno dopo giorno sta svuotando il sistema costruito da Putin. E spesso le grandi potenze non crollano in un istante. Si consumano dall’interno, fino a rendersi conto troppo tardi che la guerra che pensavano di poter controllare è diventata il meccanismo della propria fine.
Piero Terracina

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