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Guerra alla droga: verso un peggioramento stracciando la storia

The Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale in cui, dando seguito alla disponibilità del presidente Trump, argomenta e motiva la opportunità di una operazione militare statunitense in territorio messicano (1).

di Vincenzo Donvito | 11 Novembre 2019

Gli Usa sono un grande Paese, democratico e pluralista. Nella fattispecie, questo riconoscimento lo prendiamo in considerazione per le politiche sulle droghe.
Gli Stati Uniti sono il maggiore laboratorio per la legalizzazione della cannabis medica e ricreativa, con molti Stati che hanno già provveduto in materia e dove il dibattito/confronto a livello federale è avanzato e, soprattutto (rispetto alle abitudini italiane di schieramenti politici), con pro e contro in tutti gli schieramenti.
Nel contempo gli Usa sono, ad avviso di chi scrive, il principale responsabile della “war on drugs” (guerra alla droga) che, lanciata a suo tempo dal presidente Richard Nixon, ha collezionato vittime umane ed istituzionali in abbondanza. Soprattutto in America Latina e, in particolare, in Messico, principale fornitore (per produzione e/o transito) delle sostanze illegali che riforniscono il mercato clandestino Usa. La “war on drugs” in Messico, avviata a suo tempo con la collaborazione del presidente Felipe Calderon, non si è fermata con la fine del suo mandato, ma volenti o nolenti, ha coinvolto e continua a coinvolgere chiunque gli sia succeduto, incluso l’attuale Andres Manuel Lopez Obrador. Il Messico, di conseguenza, è oggi uno dei Paesi dove la presenza e il condizionamento dei cartelli dei narcos nella società, nella politica e nell’economia, sono tra i più eclatanti del Pianeta.
Uno dei tanti fatti di cronaca di questi ultimi giorni, lo sterminio di una famiglia di mormoni messico-statunitensi, ha particolarmente infiammato le cronache. Anche perché è accaduta dopo che su disposizione del presidente Obrador, il figlio del boss narco El Chapo (in galera a vita in Usa), anch’esso sulle orme del babbo, catturato, è stato rilasciato ché altrimenti la reazione violenta dei suoi compari avrebbe comportato vittime e disordini pubblici più di quanto già erano già stati messi in atto.
Questi due episodi hanno portato il presidente Donald Trump a dichiarare la propria disponibilità ad aiutare militarmente il Messico a far fronte alla situazione. E la conseguente risposta del presidente messicano con qualcosa del tipo “facciamo da noi”.

Oggi c’è una novità in materia. Il decisamente autorevole quotidiano economico The Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale in cui, dando seguito alla disponibilità del presidente Trump, argomenta e motiva la opportunità di una operazione militare statunitense in territorio messicano (1).

A nostro avviso, in questo clima di “botte al narcos” come rimedio per bloccare la situazione messicana, e non solo, c’è una grande assente: la Storia. Sembra che la “war on drugs” non sia esistita, con tutto il suo strascico di cadaveri umani non solo tra le parti in lotta (varie polizie ed eserciti versus narcos), di vittime istituzionali, di condizionamenti economici… il tutto non solo in Messico, in America Latina e nel loro grande mercato Usa, ma con importanti e sempre più influenti aperture dei loro mercati di morte in Europa, in Africa, in Oriente (Cina inclusa) e in Oceania, in tutto il Pianeta.
Questa valutazione sul fallimento della “war on drugs” è opinione sempre più diffusa, tant’é che l’approccio al problema, in Usa e varie parti del mondo, si sta modificando: la legalizzazione e/o la depenalizzazione è montante non solo in molti Stati Usa, ma in altre importanti nazioni del mondo (Canada al primo posto), con risultati che è troppo presto valutare come efficaci in generale, ma che anche nel breve termine lo sono per l’aspetto sanitario e civico. La “efficacia in generale” presume un coinvolgimento a livello mondiale che, tra trattati internazionali che sono tutt’altro che per la legalizzazione, e Stati sovrani che continuano a considerare il problema solo come un fatto militare e/o di ordine pubblico, è ben lungi dall’essere dietro l’angolo. Ma sicuramente, rispetto a solo una decina di anni, sono stati fatti, sempre dal nostro punto di vista legalizzatorio, passi da gigante.
In questo contesto, il presidente Usa da una parte, il maggiore quotidiano economico Usa dall’altro, perorano nuovi e più cruenti interventi militari per risolvere la situazione. E’ la solita politica, sbagliata per noi, di credere che il fatto contingente da presumibilmente risolvere possa essere foriero del nuovo, cioè far dissolvere i cartelli narcos, ché oggi sono loro il principale problema, in tutto il mondo. E’ probabile che il dispiegamento di forze militari e di polizia, congiunti Usa e Messico (e, perché no, non si può escludere che qualcun altro chieda di accodarsi) negli Stati messicani dove i narcos imperversano (quasi tutti…. quindi si tratta dell’intero Messico), renda più “tranquilla la situazione”, ma per quanto? Ammesso che la presenza militare calmi le esternazioni (non certo i traffici, chè per quanto legati al territorio si fanno beffa di chiunque), si prevede una occupazione permanente? Impossibile (che poi, quando gli Usa si ritirano…
vedi Siria…).
Noi crediamo che mai come in questo momento, pur in presenza di manifestazioni più estreme del dramma in atto nello specifico territorio e in tutto il Pianeta, sia necessario rimettere in discussione a 360 gradi le politiche seguite fino ad oggi. Tutte politiche perdenti e senza futuro. Noi peroriamo l’ipotesi legalizzatoria, ce ne sono altre? L’importante è non ripetere gli errori del passato.

1 – https://www.aduc.it/notizia/guerra+alla+droga+the+wall+street+journal+incita_136385.php

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: aduc, anni, cina, disposizione, europa, fallimento, figlio, futuro, mercati, mercato, mondo, notizia, ordine pubblico, polizia, punto di vista, stati uniti, usa, valutazione, wall street

Info Vincenzo Donvito

Vincenzo Donvito, giornalista classe 1953, è fondatore ed animatore di Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), della quale è Presidente.

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