Lungi da voler perpetuare lo stereotipo che vede il guappo come malvivente spavaldo e generoso ci sembra doveroso accennare al “guappo di cartone”, di cui non mancano gli aneddoti.
In realtà, questa appropriata definizione la dobbiamo a Raffaele Viviani che, nella commedia “Guappo di cartone” (1932), ritrasse col personaggio di Sanguetta un guappo stanco, vittima del proprio passato ed emarginato dopo la detenzione in carcere.
Solitamente, però, l’espressione è usata per designare un tipo pavido e spaccone (d’altra parte, nel linguaggio di uso comune vi è l’abitudine di servirsi del termine guappo nel duplice significato di coraggioso e di gradasso).
Un certo Gioacchino “’o Gassusaro” del Ponte di Casanova fu vittima di una burla ordita dallo scrittore Adolfo Narciso. Solleticando la sua vanità, il Narciso gli recapitò un biglietto amoroso firmato da una sua presunta ammiratrice. Successivamente, travestito da donna, si presentò all’appuntamento col guappo.
Mai punizione fu così severa. Ferito nell’orgoglio, “’o Gassusaro” sparì addirittura dalla circolazione, preferendo una vecchiaia solitaria e triste alla vergogna di essere preso in giro.
Decisamente più meschino “Ciccio ‘o Gallo” che pretendeva la massima obbedienza da tutti, compreso il suo cavallo.
Un giorno il guappo, che risiedeva in un vicolo di salita Pontecorvo, cercò di obbligare il ronzino, soprannominato “Guaglione”, a bere la cioccolata. Il cavallo oppose una ferma quanto vana resistenza. Offeso nel profondo, “Ciccio ‘o Gallo” lo punì drasticamente, mandandolo al mattatoio.
Monica Florio

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