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Große Europa

di Enrico Cisnetto | 29 Luglio 2013

Verso le elezioni tedesche

Più che accusare Berlino, bisogna far partire l’unione bancaria. Farebbe un gran bene all’Italia

lettamerkelMancano meno di due mesi alle elezioni tedesche, e in Europa è venuto il momento di aprire un fronte di discussione per verificare se e come sia possibile avviare un serio programma di integrazione fiscale e di unione dei sistemi bancari. Non sappiamo quale governo uscirà dalle urne in Germania – io spero ardentemente in una nuova stagione di “Große Koalition”, l’unica formula politica che può reggere l’urto della pubblica opinione in tema di maggiore integrazione dell’eurozona – ma sappiamo che la Bundesbank non darà tregua a Draghi e alla politica della Bce di tenere i tassi a zero e di assicurare liquidità in quantità illimitata. E per ora non è chiaro – o almeno, così appare ai mercati – se Francoforte sia in grado di continuare a stampare moneta anche in caso di aperto e duro dissenso da parte della Buba.

 D’altra parte, l’attuale situazione non ha comunque più senso: la Germania s’indebita a tassi reali negativi – cosa che fa dire a molti che su questo basa la sua politica “imperiale”: è un giudizio esagerato, ma certo Berlino fa poco per dare una diversa sensazione – mentre nell’euro-periferia le banche cercano di ricostruire i perduti margini di utile indebitandosi con la Bce all’1% per poi prestare soldi ai rispettivi governi al 4% comprando a piene mani i titoli dei debiti pubblici; solo che fornendo credito ai governi lo tolgono ai privati, peraltro interessati solo a ristrutturazioni e non a nuovi investimenti, e così l’economia reale si contrae e, paradossalmente, la recessione rende gli stati maggiormente insolventi. Continuare in questo modo porta da una sola parte: la rottura dell’euro. La moneta europea non può reggere, infatti, la prossima fase – quando sarà – di ritorno a tassi di interesse reali positivi da parte della Bce. A meno che, appunto, nel frattempo non si faccia, o almeno si avvii, l’unione bancaria. Che, peraltro, era già stata decisa un anno fa, e che non ha fatto alcun serio passo avanti, tanto che l’obiettivo primario di rompere il legame tra banche e debiti sovrani non è stato neppure sfiorato. Il fatto è che una vera integrazione non comporta solo la creazione di regole e di controlli comuni, ma anche le risorse comuni per gestire le crisi bancarie e soprattutto il superamento degli attuali assetti, proprietari e di perimetro di attività, prevalentemente nazionali.

I primi a volerla, questa benedetta “unione”, dovremmo essere noi, che più di chiunque altro paese – in proporzione alle dimensioni del sistema economico, anche più della Grecia – paghiamo il prezzo di questo ordinamento creditizio, che ci fa pagare il denaro più caro, creando un gap competitivo di non poco conto, e strutturalmente è incapace di resistere ad un “bank run” continentale. L’ennesimo downgrade di S&P per 18 istituti italiani, pur deciso con criteri grossolani (parifica banche molto diverse tra loro), sta lì a dimostrare che o si rompe il circolo vizioso che si è creato o saranno solo guai.

Ma sarebbe nell’interesse di tutti i paesi fare questo passo, visto che nel suo complesso il sistema bancario europeo, fragile e ipertrofico, andrebbe riordinato. E poi in una zona di libero scambio con moneta unica e norme comuni, le banche dovrebbero essere o continentali o regionali-locali, quelle nazionali perdono senso. Certo, questo significa avviare, secondo criteri oggettivi di mercato, un processo di fusioni, razionalizzazioni e taglio di rami secchi (in Italia, per esempio, molti dei servizi retail potrebbe diventare “on-line”). Doloroso, per certi versi pericoloso – guai se qualcuno dei player europei si sottrae… – di sicuro virtuoso, presupposto indispensabile per una ripresa stabile e forte della crescita economica in Europa. Anche perché l’unione bancaria sarebbe la premessa di quella fiscale, e con essa della nascita di eurobonds (almeno fino al 60% del debito sul pil) per finanziare progetti continentali di sviluppo (non solo grandi opere ma anche creazione di “campioni europei” industriali).

In alternativa, finiranno col sopravvivere solo le banche sostenute da governi che possono continuare ad indebitarsi a tassi inferiori all’inflazione. E non sarebbe una prospettiva sana, neppure per chi ne beneficia. Qui non si tratta, come è stato improvvidamente detto, di impedire alla Germania di vincere la terza guerra europea senza combatterla. Impostata così, la questione non fa un passo avanti. Il tema è aprire un negoziato politico, con ardimento ma anche intelligenza tattica. Il governo Letta, invece di continuare a rimanere invischiato a Roma nella palude che esso stesso produce con la politica dei piccoli passi, farebbe bene ad aprire questo fronte, magari anche con la consapevole intenzione di farsi “imporre”, in cambio di una vera unione bancaria, quelle riforme strutturali che motu proprio non riesce a far partire.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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