La protesta per vent’anni di disastri collettivi e individuali in un processo che appare senza fine.

Nella piazza che sarebbe stata animata e coinvolta solo dal comizio di Grillo c’era invece, eccome, il presente. Simile, apparentemente simile, nella sua natura, la grande folla convenuta a quella dei comizi di Berlinguer negli anni settanta. Ma anche diversa. Nel modo di rappresentarsi gente alla spicciolata, niente “rappresentanze territoriali o di categoria, poche bandiere. Ma anche nel clima.
Allora, c’era la speranza. E magari c’era anche oggi, ma ampiamente sovrastata da un sentimento profondo di frustrazione, di sofferenza e, quindi, di rigetto totale e senza sfumature. Vent’anni di disastri, individuali e collettivi, in un processo che viene percepito come senza fine e, a fronte di questo, una classe politica incompetente, corrotta e soprattutto, cieca e arrogante di fronte ai problemi drammatici di un popolo di cui non ascolta e a cui non sa più comunicare nulla.
Siamo, insomma, al “tutti a casa”, a una protesta radicale, che investe, in primo luogo e direttamente, il più vicino. Quel partito democratico, più colpevole di tutti perché più di tutti ha tradito le sue premesse e la sua missione. E che, ironia delle cose, si specchiava, nel chiuso di un teatro di varietà, nelle sue grazie un po’ retrò mentre la sua gente di un tempo stava , sotto la pioggia incombente ad aspettare Grillo.
Troppo colore? Forse no. Perché nel rapporto difficile tra rabbia e speranza stanno le chiavi dell’evoluzione prossima futura. Insomma, l’opzione tra la ricostruzione del nostro sistema e la sua catastrofica paralisi. E qui sia Grillo che il Pd devono rispondere ad alcune domande.
Il Movimento rimane, allo stato, un curioso impasto. Fortemente utopico nelle sue speranze, oggettivamente distruttivo nel suo messaggio, ma, al tempo stesso, oggettivamente riformista nelle sue pratiche quotidiane. Un impasto che può reggere quando si è nella prima fase di crescita, non quando si è una delle prime forze politiche del Paese, e, per di più, in una situazione di crisi sistemica che può avere gli sbocchi più diversi. Qui, il “noi contro tutti” (o, se preferite, il “noi separati da tutti”), decisivo nella fase di conquista-difesa della propria identità, diventa un fattore di paralisi, e quindi di rischio. Bisogna, allora, aprirsi, in tutti i sensi, e decidere come e perché farlo.
Ma, per decidere, bisogna prima discutere, e disporre degli strumenti e dei meccanismi necessari. E non siamo affatto sicuri che quelli a disposizione siano adeguati alla bisogna. Non è affar nostro entrare nelle altrui faccende o, peggio, offrire consigli non richiesti, né intendiamo riproporre polemiche sull’Uomo solo al comando. Diciamo, piuttosto, che ci appare malsana e foriera di guai, una situazione in cui le risorse politiche, concettuali, disciplinari (e magari anche finanziarie), assieme all’uso incontrastato e incontestabile di utilizzarle, sono a disposizione di uno solo, mentre agli altri spetta semplicemente il diritto-dovere di gestire e di interpretare la linea.
Non è solo questione di democrazia o di polemiche fuori tempo sulla personalizzazione della politica. Perché si tratta semplicemente di capire che qualsiasi partito con dimensioni e responsabilità nazionali deve avere una classe dirigente nazionale. Altrimenti sono e saranno guai.
Gli interrogativi per il Pd sono invece più immediati e drammatici. Perché hanno a che fare con il futuro del partito. In una fase in cui, per la prima volta nella storia della repubblica, il partito questo è sfidato, nella sua area, da un concorrente ostile e incontrollabile.
E allora può decidere di raccogliere la sfida. Oppure di passare, ancora una volta, la mano. Questo, naturalmente, dopo aver rapidamente accantonato due opzioni che hanno il duplice difetto di essere, ad un tempo, divisive e impraticabili.
Così il semiaccordo con Grillo con annessi tagli ai parlamentari e ai loro stipendi, al prezzo di accantonare alcune scelte di fondo e in presenza di drammatiche scadenze finanziarie ed economico-sociali. Così il governissimo con il Pdl, destinato a franare alla prima richiesta della magistratura nei confronti di Berlusconi. Ma, dato che un governo bisogna pur farlo, a quel punto la scelta sarà tra una riedizione dell’esperienza Monti, con un nuovo governo del Presidente ed un esecutivo, sempre di scopo, ma guidato da un esponente del Pd. Nel primo caso il “grande partito della sinistra italiana” si sottrarrebbe, ancora una volta, alle sue responsabilità, come ha (con l’eccezione non felice di D’Alema nel 1998) sempre fatto da vent’anni a questa parte, nel secondo se le assumerebbe sino in fondo, garantendosi, finalmente, al di là dell’esito dell’operazione, una qualche identità di immagine e di propositi, oltre che di leadership. Decidere, e quindi discutere apertamente la linea sembra una richiesta modesta, non lo è.

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