Non ci si attendeva che una pagina, una edizione, “napoletana” suscitasse l’attenzione di lettori e commentatori, come dire, transnazionali.
Ben vero che “pensalibero”, nella edizione nazionale, va a raccogliere una intensità di consenso e di riscontro interattivo che denota un interesse diffuso per le tematiche affrontate e per la “firma” degli articolisti.
Vi è, nel riscontro, una grande ansia di partecipazione. Di dire. Di, comunque, essere. Da parte di molti ancora repressa, per pudore, per timore.
Dovremo riflettere sulla democrazia prossima futura. Dedicarci a comprendere –poichè si tratta non di ipotizzare, ma di comprendere- che i flussi democratici sono oggi –e, saranno domani- consegnati alla telematica. Con evidenza che sarà richiesto –per il modo scritto- un adeguato uso della lingua. Una riscoperta e una riappropriazione della lingua. Una nuova alfabetizzazione. Perchè, alla sintesi, si è di fronte a un bivio (drammatico, dal quale non si può svicolare): o le parole si ricomporranno nel loro significato integro, storico -nella stratificazione della loro evoluzione-, oppure assisteremo al loro degrado, alla loro evanescenza, al loro niente, al loro recitato, in formule dal sapore ritualistico e miracolistico
Dobbiamo temere questa ultima evenienza. Arginarla. Tornare, perchè no?, allo scrivere avendo a lato il vocabolario; come nei buoni tempi andati; come insegnavano i Maestri.
Da troppe parti la parola è ormai la moda del niente di pensiero.
Non posso sottrarmi dal ringraziare Cladio Tirinnanzi e Umberto Zanobetti. La loro dedizione, il loro lavoro rendono possibile la messa in linea dell’edizione di Napoli.
Che va, andrà, ad arricchirsi di nuove sezioni e collaborazioni. Come, da questo numero(forse con una invadenza insopportabile di franchini, ma occorre pure riempire gli spazi per provare e mettere a punto la macchina).
Sempre con il fine di sospingere al fermento e alla creatività, di evidenziare il fermento e la creatività.
Chiedo, con passione, ai lettori di intervenire, commentare, esporre.
Grazie, continuiamo.
(f)

Caro Franchini,
non sarà davvero il mio un “qui pro quo” se definisco sante le tue parole sulla parola recuperata dal bla, bla, bla senza idee, e soprattutto per non fare più a chiunque la carità d’un’idea che non c’è. Antonio Dani