
Dopo gli anni ciechi della guerra e quelli ancora più oscuri del fascismo, il 25 aprile del 1945 l’Italia tornò a respirare. Le forze della liberazione sollevarono il Paese dalle macerie e lo esposero di nuovo alla luce del mondo. Solo pochi anni più tardi già fiorivamo, primi tra i popoli, nell’arte del vivere e nella costruzione di una democrazia che ci rese fieri. Non abbiamo mai dimenticato il coraggio dei partigiani né la mano tesa degli alleati. Senza di loro il buio sarebbe durato ancora. Il 25 aprile fu una soglia, un ponte tra la morte e la speranza. Da ottant’anni celebriamo questo giorno come il più limpido, il più nostro. È il giorno in cui la libertà ci fu restituita, strappata alla tirannia e alla violenza che avevano spento le nostre voci. Ma il cammino verso la luce fu cosparso di sangue. Quando già la sconfitta si leggeva negli occhi dei carnefici, nazisti e fascisti si accanirono ancora, come bestie ferite, contro la nostra gente. Uccidevano, rubavano, profanavano la dignità stessa di uomini e donne di questo meraviglioso Paese. Forse fu quello il tempo più crudele. L’onore fu sepolto sotto l’odio e l’umanità calpestata. I nostri nonni raccontano con occhi stanchi ma vivi lo strazio di quei giorni. E poi, improvvisa, la gioia. La guerra finì e con lei il giogo. Un solo grido attraversò le piazze, un boato di vita. Quell’entusiasmo è ancora qui, nelle nostre vene, ogni volta che ricordiamo. Ricordiamo con gratitudine, non con rancore. Ricordiamo uniti, liberi anche da quella politica che pretende eredità che non le appartengono. Chi non ha vissuto la liberazione, chi non ha sentito sulla pelle la ferocia della guerra, può solo ascoltare in silenzio. Ogni uomo, oggi, dovrebbe avere il coraggio di dire no. No a ciò che fu il fascismo, no al nazismo che incendiò il mondo. E invece, ogni anno, si accende lo scontro, si misura il merito, si divide ciò che dovrebbe unire. Ma oggi non è il tempo delle contese. È il tempo del ricordo. Onoriamo chi ha dato la vita. Festeggiamo, sì, e piangiamo insieme, senza confronti sul dolore. Perché tutti, in quel tempo, hanno perso qualcosa. E fosse solo per questo, dovremmo tremare quando sentiamo parlare ancora di armi, di attacchi, di distruzione. Oggi dovremmo dire che le nostre battaglie sono altre. Che gli 800 miliardi dell’Unione Europea siano destinati a armare gli ospedali, a truppe di medici, a eserciti di infermieri, a scienziati in prima linea. Che siano armi per combattere le malattie, non gli uomini. Armiamoci per costruire scuole nuove, libere dall’eternit e dall’abbandono. Armiamoci per accogliere chi fugge dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione. Come ci ha insegnato Papa Francesco: con pane, non con filo spinato. Armiamoci, sì, ma per la vita. Buon 25 aprile, e grazie. Per l’ottantesima volta, grazie a chi ci ha regalato questa giornata di luce, questa fragile, meravigliosa libertà.
Angelo Santoro

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