
Mi sono immerso nella lettura del nostalgico libro di Francesco Guccini. A quel tempo le generazioni studentesche vivevano quasi le stesse esperienze.
Nell’estate del successo della trilogia “Cinquanta sfumature di…”, scritta dalla casalinga Erika Leonard con lo pseudonimo E. L. James che ha creduto di scrivere una storia divertente e rilassante (mentre i critici l’accusano di aver dato inizio alla moda del “porno-mummy”), mi sono immerso nella lettura del nostalgico libro di Francesco Guccini. Guccini è uno dei miei cantautori preferiti. “L’avvelenata” contenuta nelll’ album del 1976, “Via Paolo Fabbri, 43”, per molti, della mia generazione, è indimenticabile. Non sono suo coetaneo: quando iniziavo le Elementari lui già stava per terminare le scuole medie. Eppure a quel tempo le generazioni studentesche vivevano quasi le stesse esperienze. Era l’Italia che usciva dal dopoguerra “Nelle scuole di allora c’erano i banchi. Di legno, monumentali, credo pesantissimi. A due posti …avevano il ripiano a scrittoio ribaltabile, laccato (laccato?) di un mortifero nero lucido, tanto per far vedere che la scuola non era lì per divertire o far divertire, ma per promettere, dalla prima alla quinta almeno, dolore e sofferenza, che lì non si scherzava….” Sottolinea Guccini: “Il passaggio dalle elementari alle medie fu un salto di grado e di ambiente sociale. Non più i banchi monumentali in legno, ma agili banchetti di metallo col ripiano di plastica (formica ?) verdolina e sediette singole.” Anche l’abbigliamento variava in rapporto all’età, abbigliamenti che oggi i ragazzi rifiuterebbero decisamente. “Noi, da ragazzi, portavamo i pantaloni corti. …i nostri pantaloni erano…a mezza coscia, e non c’erano calzettoni al ginocchio a bilanciarne la scarsità della cute coperta, ma solo tragici calzini al malleolo. I nostri pantaloni (sarà stata moda, usanza, mancanza di stoffa nel povero dopoguerra) erano insomma tragicamente corti….” Non vi dico il disagio che provavo allorché, in Quarta ginnasio, in una classe mista, durante il primo trimestre mostravo le mie gambette come un bambino. Per fortuna le cose sarebbero presto cambiate, “anche in questo caso seguendo regole segrete dettate da chissà chi: si passava ai pantaloni alla zuava. Abbottonati sotto il ginocchio, si sposavano con un calzettone che copriva il polpaccio e si univa al pantalone all’altezza dell’allacciatura. Tutto questo però in teoria, nella realtà il bottone spesso saltava via e il pantalone pencolava disastrosamente – ma non sul calzettone, il quale, complici gli elastici partiti, si accasciava penoso sul malleolo ed era un continuo tirare su quello che, per l’ostinata forza di gravità, tendeva naturalmente a crollare e a posarsi rilassato sulla scarpa.” I pantaloni lunghi ci venivano forniti solo in prima liceo. Guccini con nostalgia ricorda i pantaloni corti, anzi cortissimi: “Una conseguenza della scomparsa dei pantaloni cortissimi forse c’è stata: esistono ancora le ginocchia ricolme di gloriose croste?” Risale al periodo scolastico il ricordo dei “pennini”. “Ho scoperto che ci sono i collezionisti di pennini” – scrive Guccini e si domanda – “li fabbricano ancora, oppure sono reperti preziosi (per il collezionista, naturalmente) rintracciabili solo da vecchi rigattieri o scoperti come tesoro fra dimenticate riserve del nonno?” Questo è il ricordo di Guccini ed anche mio delle varie forme di pennini: “I pennini, pensati forse per i compiti più ardui e ornati di bella calligrafia, avevano forme le più strane e nomi i più immaginifici. C’era il ‘gobbino’, piccolo e maneggevole, nervoso atto a bella scrittura se saputo manovrare con decisione; c’era la ‘torre’, un qualcosa che poteva vagamente ricordare la Tour Eiffel, forse pronto per imprese barocche; c’era la ‘manina’, foggiata a mano chiusa con l’indice sfrontatamente puntato, in tempi in cui non solo non si usava, ma anche dai più si ignorava il significato di levare il medio.” Solo alle scuole superiori si passava alle penne biro, dopo aver usato la penna stilografica (ottenuta come regalo per la Prima Comunione) alle scuole medie. E i giochi, che giochi facevamo? “Ognuno di noi aveva una discreta dotazione di palline…per colpire …un’altra pallina …il modo di tiro …potevi tirare da terra con il normale cricco (sistema cittadino), o col complesso sistema appenninico, consistente nell’appoggiare la pallina fra pollice e indice e poi, piantato il mignolo a terra, sparare il colpo. Questo metodo barocco era bello a vedersi ma di difficile realizzazione, oppure richiedeva davvero grande abilità e lunga pratica.” E poi c’erano i giochi casalinghi. C’era lo Shangai e la Pulce. “La pulce…era un gioco da bambine, di solito regalatoti da vecchie zie zitelle: dischetti di plastica colorati muniti di sbarrette oblunghe (sempre di plastica). Il gioco consisteva nel far salire un dischetto sopra un altro cliccandolo con la sbarretta oblunga. Una noia mortale. Ma piaceva, appunto alle bambine, le quali oggi, da ex bambine, si illuminano ancora d’immenso al ricordo e fanno:’Ah sì, la pulce, clic’ e suscitano in me il malcelato maschilismo di allora.” E arriviamo alla richiesta che faccio a mia moglie, dopo aver pranzato: gradisci un caffè caffè? Scrive Guccini: “In questi giorni, al ristorante, si può verificare uno strano rito. Al momento del caffè, quando il cameriere attende le ordinazioni, a volte ti è dato di vedere la parte femminile del tavolo che tentenna dubbiosa, partono commenti sul caffè che non fa dormire, che dà bruciori di stomaco, poi una di loro si illumina decisa e chiede:’Ha dell’orzo? Sì? (Certo che ce l’ hanno, oggi l’orzo viene servito anche nei peggiori bar di Caracas!) Allora un orzo, per favore!’ Al che il cameriere completa il rito e domanda: ‘In tazza grande o in tazza piccola? E qui partono le diverse ordinazioni femminili… Una volta l’orzo…era segno di povertà, o di autarchia….Quando una signora di un tempo riceveva una visita non offriva certo un orzo, ma un caffè. Anzi perché non ci fossero equivoci, si diceva: “Gradisce un caffè caffè?’” I conservatori non hanno l’esclusiva della nostalgia!

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