
Gorgia (Leontini 485 a.C. oppure 483 a.C. – Larissa, 375 a.C. circa) era un abilissimo oratore. Visse più di cent’anni e, secondo la testimonianza di Sesto Empirico (adv. math. VII 65-87), sosteneva in pratica che: I) Nulla è; II) Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; III) Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri. Un modo o metodo discorsivo che perviene ancora una volta a una forma o rappresentazione catalogabile nel genere reductio ad absurdum.
Abbiamo già visto che non sia stato il primo né l’ultimo. Il suo discorso, profeticamente, riecheggia infatti come metafora di una più triste e simbolica realtà accaduta all’interno delle porte di Auschwitz.
Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo, è la parola; e la parola non è l’oggetto, ciò che è realmente; non dunque realtà esistente noi esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è altro dall’oggetto (Sext. Emp. op. cit. , 85). E tuttavia, qualcosa pur esprimiamo, qualcosa che è pur sempre una rappresentazione di qualcosa che, ricorda Parmenide, non è vera certezza.
Ma, molti avranno pensato, e più di tutti Aristotele, definito ancora oggi da molti il maestro dei sapienti: così argomentando e così facendo, non andremo da nessuna parte. Su quali basi, erigeremo le fondamenta delle città? Sul detto di Gorgia? Giammai, sia!
Il sapiente Aristotele prosegue una altrettanto più antica tradizione di cui, per mio sapere, vi è dapprima traccia documentale nella leggendababilonese dei Sette Savi, a quanto dice S. Dalley “confermata da allusioni sparse in testi cuneiformi di epoca tarda, leggenda (che) fu alla base delle credenze antiche sulle origini babilonesi della scrittura e della civiltà”. Savi che, stando sempre alla Dalley, erano presenti anche presso gli egizi. Ma, lì, non si trattava di “esseri divini”; bensì di “personaggi storici, uomini di scienza associati alla corte di faraoni noti. Il più antico fu Imhotep, architetto e cancelliere del re Zoser intorno al 2650 a. C., un’epoca assai posteriore a quella prediluviana della leggenda mesopotamica”.
Ma, cosa raccontava questa più antica leggenda, di una tradizione che fu quella babilonese?
“Che il grande dio Ea, in un’epoca antichissima antecedente il Diluvio, inviò sulla terra sette savi, affinché insegnassero al genere umano tutte le arti e le tecniche della civiltà, come la costruzione di città, la concezione della regalità, la musica, la metallurgia e l’agricoltura. Ciascun savio era associato a un re leggendario di questa o quella tra le prime città: Eridu, dove con il patrocinio di Ea sorse la prima monarchia; Sippar, la città del dio-sole Samas (il cui primo re, Emmeduranki, presenta nessi con il biblico Enoch); Uruk, la città di Gilgamesh; e Kis, governata da re dai nomi semitici, non sumeri. Tutti questi sovrani sono citati nella Lista Reale Sumerica. I savi erano rappresentati in forma di pesce (la sacra carpa)…”, con la quale, immagino, ebbe soprattutto a che fare la “nostra” Lucy, “…; emersi dall’Apsu, l’acqua dolce, dimora di Ea …” ( o Lucy) “… nella città di Eridu, vi furono ricacciati quando con il loro comportamento fecero adirare gli dei. In aggiunta ai sette savi iniziali, ve ne furono altri dopo il Diluvio solo parzialmente divini e assegnati alla corte di re storici, come Asalluhi-mansun, il savio di Hammurabi di Babilonia”. Hammurabi, vissuto tra il XIX e il XVII sec. a.C., promulgatore di quello che tuttora è il più noto codice di leggi scritte dell’antichità.
E dunque, esistono quasi da sempre storie di dei, figli di dei, semidei o altre divinità inviati come messaggeri agli uomini, senza o con l’intercessione degli stessi; come, in quest’ultima ipotesi, è narrato dalle leggende delle nascite verginali di Gesù, Lao Tzi (VI/IV sec. a.C.), Perseo, Romolo e Remo, Alessandro Magno (356-323 a.C.), Quetzalcoatl e, se non proprio verginali, senz’altro miracolose sono considerate anche le nascite di Krishna, Buddha, Zarathustra, Maometto e tantissimi altri personaggi ancora delle più diverse tradizioni.
Ma, ritorniamo al savio Aristotele.
A differenza di tutti gli altri suoi predecessori, unitamente al suo maestro Platone, egli ha lasciato con i suoi scritti, interpolati o no che siano, un’ampia testimonianza. I filosofi che seguiranno attingeranno copiosamente per lunghissimi secoli, circa due millenni, al patrimonio della sua tradizione; non tutti, ma la maggior parte. E chi non l’ha fatto, ha dovuto comunque fornirne una spiegazione sul piano logico, riferendosi alle “regole” di quella stessa logica ritenuta “perfetta”, “esatta” e quindi inattaccabile.
Aristotele costruì un sistema basato sul concetto di “categorie”, assumendo che queste stesse rappresentassero o meglio fossero la realtà ontologica dell’essere. Fino a quando, almeno secondo la Tradizione, il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) disse che esse appartenevano viceversa all’“intelletto” ovvero al modo proprio della mente dell’uomo di sistematizzare la realtà.
Strano che, direte, per circa due millenni non sia successo altro. E avete ragione, qualcos’altro d’importante, nel frattempo, invece accadde. Oddio, le dinamiche per così dire, o le logiche sono sempre le stesse. Le forme o i modelli cambiarono.
Angelo Giubileo
“Il Mondo secondo Parmenide” – Indice degli articoli
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