Oltre agli spazi bisognerà agire sui tempi. Elementare Watson. Visto che non possiamo (e non potremo per un bel po’ di tempo) stare vicini come una volta è ovvio che non potremo muoverci tutti, o in troppi, nelle stesse ore, negli stessi minuti.
Diciamocelo: l’emergenza spostamenti e ressa da smog c’era anche prima dell’emergenza Covid-19, solo che rimandavamo il problema. Adesso è da risolvere con la mannaia del virus sulla testa anzi sul collo.
Eravamo tutti in movimento tra le 7 e le 9 del mattino e tra le 17 e le 19.30 di sera, tutti o quasi in bus, metro, strada, corriere, auto, camion, tutti impacchettati, tutti stressati. Ora che sui mezzi pubblici potremo salirci solo per un quarto dei vecchi totali, bisognerà capire come faranno gli altri tre quarti a spostarsi.
Dubito che finiranno (finiremo) tutti in bicicletta, risciò o monopattino. Se si riducono inesorabilmente e obbligatoriamente gli spazi bisognerà agire sui tempi, bisognerà reinventare i nostri orari, bisognerà fare una rivoluzione dei nostri impegni nell’arco delle 24 ore, o anche 26. Bisognerà ripensare orari di uffici e fabbriche, orari di servizi e botteghe, orari di mercati e supermercati, orari di laboratori e ospedali, o presidi territoriali di sanità, orari di farmacie e fioristi, di commercialisti e patronati, di chiese e domani e dopodomani musei e gallerie. Che fossimo troppi in giro tra le sette e le nove del mattino dei giorni feriali si notava dal fatto che eravamo tutti quasi fermi alle fermate dei bus, ai caselli e alle stazioni.
Più che pendolari eravamo “fermatari”, più che in spostamento eravamo in spintonamento. Più che in movimento eravamo in stazionamento, come quei Suv a scappamento intenso davanti alle scuole di ogni ordine e grado ad aspettare, loro malgrado, gli studenti in uscita per sgommare dalla vita, una volta fatta entrare l’ultima cartella o caricato nel bauletto l’ultimo poderoso zainetto. Na, non poteva durare.
Bocca a bocca sul 35 per cercare di arrivare in apnea ad agraria. O ad abbraccio improprio sul 20 scoprendo i dettagli fisici del padiglione auricolare del vicino di posto, anzi di maniglia. Non ci stavamo, non stiamo più.
Il Covid-19 ci ha ristretto i movimenti e ci ha ristretto il mondo. O meglio ci ha ristretto il nostro mondo che era già stretto per tanti altri motivi: transizione ecologica, sviluppo insostenibile, squilibri alimentari, disastri energetici, e vi elencando. Adesso questa ristrettezza tocca ognuno di noi nel nostro assetto di vita quotidiano ed orario. Vanno reinventati i nostri orari personali e comunitari. Vanno rivoluzionati e non solo ripensati turni di lavoro, e lavoro per turni, aperture e chiusure giornaliere e settimanali, aperture ordinarie e straordinarie, riposi e attività speciali. Sennò non ne usciamo. Già uscire è una parola chiave.
Tutti invocano una nuova normalità. Bella espressione. Ma chi ce la deve disegnare se non noi stessi che dobbiamo usarla e viverla questa nuova normalità. E deve essere una nuova normalità a vantaggio della collettività non a beneficio di pochi sperimentati sperimentatori. E ci vuole coraggio per reinventare lavori per orari che ora consideriamo marginali o straordinari. Tutto quello che adesso è o ci sembra straordinario dovrà e dovrebbe diventare ordinario servizi dalle 7 alle 9 e uffici aperti anche (oseremmo dire) dalle 21 alle 23, perché no? Perché altrimenti non ci stiamo dentro.
“Non possiamo stare tutti in piazza” mi disse in una puntata di Linea Verde dedicata all’Umbria un simpatico anziano saggio contadino che decise di rimanere nella sua casa di campagna anche un po’ sperduta nel cuore della regione verde d’Italia a contatto con la sua terra e i suoi animali che allevava. Per arrivarci ricordo che abbiamo preso 4 o 5 strade secondarie della prima strada secondaria. In mezzo alla natura è dire un’ovvietà ma era proprio così. Aveva deciso di rimanere lì anche dopo il terremoto, anche avendo l’offerta di una casetta vicino al paese.
La moglie Maria usciva di casa e per chiamarlo non usava mezzi sofisticati, urlava “Brunoooooooo!” E lui: “Eeeeeh”. Risuonava nell’eco della valle il rumore dei lavori agricoli e il sapore di una certa libertà campestre. Non avevano problemi di orari Bruno e Maria, non dovevano prendere bus e metro. Il loro tempo era personale e universale. Purtroppo per pochi. Ma la frase di Bruno ci deve essere di monito per i nostri nuovi modi di spostarci e occuparci: “Non si può stare tutti in piazza”. Non si può stare tutti nello stesso posto alle stesse ore.
Fabrizio Binacchi

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