
Il bello è che, come nella fattoria di George Orwell, ci sono degli animali (beninteso politici) più uguali degli altri. I casi del campano Vincenzo De Luca e della ligure Raffaella Paita sono emblematici. Entrambi sono candidati alla presidenza delle rispettive regioni. L’uno, sindaco di Salerno, è stato condannato per abuso d’ufficio, dichiarato decaduto dal prefetto dalla carica di sindaco e reintegrato da un Tar che, secondo la Cassazione, non è legittimato alla bisogna in quanto solo il giudice ordinario può esprimersi sulla legge Severino. Perciò De Luca, una volta eletto, sarà immediatamente sospeso. Ma De Luca sposta un’infinità di voti. Perciò Matteo Renzi lo sponsorizza, anche se poi sarà costretto a sospenderlo da presidente della regione, e dà un calcio al gatto. Cioè alle liste di “impresentabili” che appoggiano il predetto De Luca. E la Boschi, che in questa campagna elettorale assomiglia alla Madonna Pellegrina, è andata in soccorso del predetto. Convinta di sbiancare i candidati meglio di Perlana.
Il caso della Paita è diverso. E’ indagata per omissione di atti d’ufficio, concorso in disastro colposo e omicidio colposo per non aver dato l’allerta dell’imminente alluvione ai tempi in cui era assessore regionale. Ma la Paita, pure lei vincitrice delle primarie, è nelle grazie del presidente del Consiglio. E Luca Lotti, che è il braccio destro e sinistro di Renzi, ha subito detto – Perlana bis – di non considerarlo neanche un incidente di percorso. Il fatto è che nei nostri beneamati partiti si pratica la logica dei due pesi e delle due misure. Al pari dei sunnominati, anche Francesca Barracciu, candidata pd alla presidenza della Sardegna, era indagata. Per le spese pazze dei fondi ai gruppi regionali. Una faccenda che fa imbestialire chi non ha nulla da spartire con la casta. In tal caso le è stato consigliato dal partito un passo indietro. Facendole chiaramente intendere, come si consolava Amintore Fanfani dopo ogni sconfitta, che alla quaresima segue la resurrezione. Ecco che la Barracciu, giudicata dal Pd improponibile come candidata alla presidenza della regione, è stata bellamente nominata sottosegretario del Ministero dei Beni culturali. Cose da manicomio.
D’altra parte, nessuno può scagliare la prima pietra. Perché si può dire che, salvo lodevoli eccezioni, il partito più pulito ha la rogna. Non lo diciamo solo noi. No, lo afferma a chiare lettere la commissione Antimafia, presieduta da quella Rosi Bindi che non sarà ricandidata e non perde occasione di considerare Renzi un arcinemico. Dapprima ha detto – una minaccia più che una promessa – che avrebbe dato in pasto all’opinione pubblica l’elenco dei cosiddetti impresentabili. Poi, con una certa teatralità, si è rabbuiata per la fuga di notizie quando l’istruttoria era tuttora in corso. E proprio in zona Cesarini, alla vigilia del voto di domenica, è stato vuotato il sacco. Ma ora sappiamo davvero la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità? Ci permettiamo di dubitarne. Perché un organo politico come l’Antimafia non è il più adatto per fare giustizia. Con il risultato che agli impresentabili messi alla gogna ce ne saranno altri che la faranno franca.
La Costituzione, al capoverso dell’articolo 54, recita: I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Perciò teniamo gli occhi aperti. Cerchiamo di scegliere anche nella nostra Toscana i candidati più degni. Il premier si batte contro l’astensionismo. E fa bene, si capisce. Resta un mistero: perché mai le elezioni si tengono nella sola giornata di domenica, nel bel mezzo di un ponte, quando gli elettori di centrodestra sono irresponsabilmente tentati dal mare e dai monti? Indovinala grillo.

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