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Gli errori di Guglielmo Epifani
UNA VITTORIA DI PIRRO

Storia del clamoroso flop più politico che sindacale del sindacalista Epifani. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 21 Aprile 2009

Stimo troppo Guglielmo Epifani per pensare che creda davvero che i contenuti del nuovo modello contrattuale di lavoro per il mondo privato approvato da Cisl, Uil e Ugl e non sottoscritto dalla Cgil, siano contro gli interessi dei lavoratori o anche solo peggiorativi rispetto a quelli in vigore dal 1993 ad oggi. Così come non mi sfiora neppure il dubbio che il segretario della Cgil possa condividere non solo i sequestri di manager che si stanno attuando un po’ ovunque in Europa, ma neanche le reazioni “giustificative” di quanto capitato ai manager Fiat in Belgio avute dai capi della Fiom, che di fronte ad un atto da codice penale hanno parlato di “azioni di lotta” comprensibili come reazioni ai licenziamenti e alla cassa integrazione.

Tuttavia, Epifani si è alzato dal tavolo con Confindustria per non firmare la nuova tipologia di contratti, così come ha usato il sindacalese per “coprire”, di fatto, Rinaldini e Cremaschi. Dunque si è assunto la responsabilità politica di isolare la Cgil dal resto del sindacato – che non possa essere viceversa, caro Guglielmo, lo dimostra banalmente il fatto che le sigle firmatarie sono tre, contro una – così come con la manifestazione del 4 aprile a Roma aveva scelto di perseguire l’obiettivo politico di spostare a sinistra il baricentro del Pd, costringendone il nuovo segretario, che pure per storia avrebbero dovuto guardare anche alla Cisl, ad una sorta di atto di sottomissione alla Cgil quale “cinghia di trasmissione al contrario” dell’intera sinistra italiana. Ebbene, potrebbero esserci delle ragioni contenutistiche per questo “gran rifiuto”, oppure una strategia politica. Ma le prime non reggono, e la seconda è pericolosa.

Dal punto di vista dei contenuti, infatti, se guardiamo a cosa la Cgil ha detto “no”, c’è, in primo luogo la “messa in soffitta” di un ferro vecchio come l’inflazione programmata. Uno strumento nato nel 1993, quando l’indice dei prezzi era al 4,7%: tempi dunque molto diversi da oggi, che il pericolo è inverso, quello della deflazione. Per rendersene conto, del resto, basterebbe guardare agli ultimi dati rilasciati ieri dalla Banca d’Italia, che mostrano come il livello dei prezzi sia ormai balzato indietro di 30 anni. Secondo motivo di merito: la durata dei contratti, che viene uniformata a tre anni, sia per la parte retributiva (che prima durava due) che per quella normativa (che prima ne durava quattro). Al di là dei tecnicismi, è evidente che non si tratta né di uno strappo né di un fatto rivoluzionario, tanto più che anche questo punto, come l’intero accordo, sarà comunque sottoposto a un quadriennio di sperimentazione.

Ma è il terzo “comma” del nuovo accordo, quello relativo al nuovo peso della contrattazione di secondo livello, che è insieme il più significativo quello in cui il “no” di Epifani pare ancor meno motivabile. Se, infatti, l’accresciuto peso della contrattazione secondaria rappresenta la maggior scommessa modernizzatrice di questa riforma – aprendo la possibilità di aumentare la produttività, che è il tallone d’Achille del Paese: secondo gli ultimi dati Istat di aprile, la produttività delle imprese estere è del 70% maggiore della nostra – è anche vero che la versione finale dell’accordo è stata particolarmente “soft”, venendo incontro ai rilievi già espressi dalla Cisl e introducendo una clausola di garanzia per i lavoratori che non godono del secondo livello. Non c’è, dunque, alcuno sbilanciamento sul fronte dei “padroni” (ho notato con raccapriccio il ritorno in auge di questa espressione).

Ma se non è sui contenuti che si giustifica il “no” della Cgil, tantomeno lo è sul terreno politico. Che razza di vittoria è, infatti, quella cantata da Epifani? E’ evidente che portando in piazza 2,7 milioni di persone o duecentomila, il risultato non cambia: il capo della Cgil ha raggiunto l’obiettivo di spingere il Pd in una direzione che evidentemente non è più quella del “partito a vocazione maggioritaria” cui l’aveva destinato l’ex segretario Walter Veltroni. Adesso, cambiata la ragione sociale, Epifani e Franceschini dovranno necessariamente chiedersi che fare, visto che un Pd “sinistrato”, con la cinghia di trasmissione al contrario rischia di trascinarlo ancor più nell’angolo della rappresentanza, consegna il Paese sia a un Pdl dall’animus plebiscitario, sia a quelle forze populiste come Italia dei Valori e Lega, che rischiano di essere percepite (e premiate elettoralmente) sempre più come le uniche antagoniste e anti-sistema (anche quando stanno al governo, come la Lega sempre più “di lotta”).

Motivazioni deboli e strategia di Pirro, dunque, per Epifani. E spiace constatare che si tratta di due elementi che, insieme alle aggravanti generiche – avallamento di pressioni e (s)ragioni interne della sinistra Cgil, e in particolare Fiom – costituiscono un notevole “vulnus” alla sua stessa cifra di politico accorto e socialista “riformista”. Peccato.

Enrico Cisnetto
(da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta)

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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