di Renzo Balmelli
STRAPPO. Come gli altri governi, anche la compagine giallo-rossa non è sfuggita alle critiche nella gestione dell’emergenza. Ma con alcuni distinguo. Se qualche passaggio non sempre è apparso lineare, esso risulta comunque lontanissimo dai disastri che hanno messo alle corde Trump e il suo clone brasiliano. Ci vuole quindi una faccia tosta incredibile da parte dell’opposizione per chiedere in modo ossessivo le dimissioni di Conte, presentandolo come “il nemico della nazione” da cacciare sui due piedi. La politica, si sa, è infarcita di colpi bassi, ma un’accusa tanto pesante non può passare inosservata, oltretutto se si considera da dove arriva, ossia dai ranghi del precedente esecutivo che non viene certo ricordato come un modello di governabilità. Voluto dalla destra, però senza Berlusconi, il che è tutto dire, lo strappo del 2 giugno, data fondamentale nella storia della Repubblica, apre dunque una frattura difficile da ricomporre anche perché, in un momento in cui dividersi è inaccettabile, non aiuta l’Italia a rifiatare ed a risalire la china. L’alternanza alla guida del Paese è il sale della democrazia, ma solo se depurato dalle demagogie.
INGIUSTIZIE. Messa a soqquadro dalla rivolta, l’America di Trump, sparito nel bunker mai più usato dopo l’11 settembre, ha mostrato al mondo il suo volto meno rassicurante. Era dalla morte di Martin Luther King che gli Stati Uniti non conoscevano una protesta di tali dimensioni: dura, implacabile tanto quanto la repressione. Ma non deve stupire. La miccia bruciava da tempo. Nelle condizioni in cui versa il Paese dopo quattro anni di potere repubblicano, la morte orribile inferta a George Floyd si è impressa nella mente e nelle coscienze con il marchio dell’infamia che nulla e nessuno riuscirà mai a cancellare. Se da un lato la crisi è da ascrivere al peccato originale del razzismo, usato da certe frange per istigare i peggiori istinti, dall’altro la tragedia di Minneapolis si inserisce nel contesto di una situazione già fortemente compromessa che conta oltre 100 mila morti per il virus e 40 milioni di disoccupati. Ed è quindi esplosa. Gli scontri che ne sono seguiti hanno così finito col mostrare il lato oscuro di una realtà distante anni luce dal sogno americano. Una realtà disseminata di ingiustizie e sempre meno tollerata da chi si sente offeso, furioso e messo da parte da un sistema che governa cavalcando le divisioni.
ICONA. Ci sono simboli che hanno un fascino intramontabile. Uno di questi, nell’America che brucia, è rappresentato dal Monte Rushmore con i volti di quattro famosi presidenti scolpiti nella pietra dall’artista di origine italiana Luigi Del Bianco. A quella parete carica di significati Hitchcock ha dedicato tra l’altro l’ultima sequenza del film Intrigo internazionale, inteso come omaggio al Paese che gli ha dato fama ed onori. Oggi, riguardando quel monumento unico nel suo genere e meta di continui pellegrinaggi, sorge un interrogativo che l’attualità rende ancor più intrigante. Ed è questo: chi potrebbe di questi tempi figurare accanto a George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abramo Lincoln? Questi i nomi dei padri nobili ritratti nella pietra, rappresentanti dei valori sui quali si fonda la storia degli Stati Uniti e che ora non sembrano in grande spolvero. Per modificare l’unicità dell’icona con aggiunte posticce servirebbero in questa fase le parole giuste che ora non ci sono e che probabilmente non sono neppure necessarie. Ciò che quel blocco granitico aveva da dire l’ha detto e risanare le fratture sarà complicato finché non cambierà l’inquilino della Casa Bianca.
MISSIONE. Quando capita di leggere nelle pagine riservate ai blogger giudizi sprezzanti su George Floyd del tipo “quante storie per un negro, parliamo delle vittime del comunismo”, si avverte un senso di soffocamento. Frutto dell’ignoranza, dell’odio e del livore a lungo represso, simili esternazioni portano inevitabilmente a interrogarsi sull’uso perverso dei social. Ovunque il problema si presenti e si manifesti, esso investe di petto il delicatissimo campo dell’informazione in rete, controllata dai giganti del settore spesso con effetti imprevedibili, deleteri e non meno contagiosi del virus. Senza cadere nel rischio della censura che è quanto di più anti democratico e illiberale si possa immaginare, a questo punto sembra irrinunciabile una riflessione approfondita sul ruolo e la funzione delle piattaforme sociali ideate con ben altri scopi. La loro reale ragion d’essere risiede nella diffusione della cultura e della conoscenza universale poste al servizio della buona e giusta causa. Al contrario, il turpiloquio ne avvilisce e tradisce la missione ideale per cui sono state concepite.
MIRACOLO. Nel corso dei secoli non sono certo mancati gli idealisti intenzionati, seppure con fortune alterne, a cambiare il mondo, a renderlo più bello e migliore. Se non proprio il mondo, ne ha fortemente modificato e ridisegnato l’immagine, caricandola di suggestivi significati, il bulgaro Christo Javaceff, noto con il solo nome di Christo, tra le maggiori personalità della scena artistica contemporanea. Autore di creazioni a volte effimere, ma affascinanti, Christo si è spento a 84 anni dopo avere imballato e impacchettato ponti, edifici, spazi urbani e quant’altro con uno stile inconfondibile. Stile attraverso il quale esprimeva le visioni che aveva in testa, anche solo per la breve durata della sua opera. La sua fonte di ispirazione era la capacità di dare vita a qualcosa che non esiste ancora, se non nell’immaginazione, e nella libertà di sognare in grande. Uno dei ricordi più recenti è il ponte ondeggiante sul lago d’Iseo, una lunghissima passerella che realizzava il miracolo di camminare sull’acqua. Dite se è poco.
BRIVIDI. È una delle figure più complesse e scomode del cinema, lontana dagli stereotipi di Hollywood, tanto liberale nella creatività, quanto controverso in politica. Con queste credenziali Clint Eastwood, da poco festeggiato e celebrato novantenne, non è per nulla disposto a definirsi un arzillo vecchietto e continua a muoversi sul set ignorando le leggi dell’anagrafe. Nella sua lunga biografia, lui americanissimo, c’è pure un tocco italianissimo, mai rinnegato, legato alla scuola del regista Sergio Leone che, nonostante gli screzi, gli fece compiere il salto di qualità nell’olimpo della settima arte. Fu proprio l’esperienza romana, maturata attraverso la cosiddetta “Trilogia del dollaro”, a proiettarlo tra i registi e gli attori che contano. Quel suo volto immutabile che Leone paragonò a un blocco di marmo, e il sigaro stretto tra i denti, ne fecero l’interprete ideale sia del nuovo western made in Cinecittà, sia di opere importanti quando passò dietro la cinepresa. E se a volte le sue posizioni ultra conservatrici, tutte all’opposto dei suoi personaggi, fanno venire i brividi, non resta che affidarsi a Billy Wilder: nessuno è perfetto!
Da L’Avvenire dei Lavoratori
( Settimanale della più antica testata della sinistra italiana )

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