
Nell’ennesimo e lungo pianto del collega Ranucci arriva in primo piano il tema dell’amicizia. Il capo (perché assomma in sé tutte le figure di comando) di Report si lamenta che a volergli male mica sono solo i nemici, no, pure quelli che dovrebbero essergli amici gli hanno voltato le spalle. E vogliono uccidere il suo personaggio.
Ora, spiace infierire, ma nessuno vuole uccidere nulla. Soprattutto perché, diciamocelo chiaramente, il suo personaggio lo ha suicidato lui. Che sì, è (per ora) parte lesa nell’inchiesta. Ma solo perché la locuzione “parte fessa” in diritto penale non esiste. Il GIP ci dice che è stato raggirato dal perfido Lavitola, perché è il termine legale corretto. Dire che si è fatto abbindolare perché Lavitola sapeva come vellicarne l’ego non lo sarebbe stato. Resta un punto evidente: Ranucci gli amici non se li sa scegliere.
Resta poi la il dubbio su cosa si aspettasse di preciso dal Campo Largo, perché a questo si riferisce evidentemente. Lui è stato attentato (non è italiano, è la vita semicit.) per scalarlo e portarci dentro la sua figura e con l’occasione pure Lavitola, l’eroe dei due immondi. Ora cosa si aspetta, gli immortali 90 minuti di applausi della coalizione? Io dico che è abbastanza normale che la reazione sia un profondo sospiro di sollievo e tutto il silenzio necessario.
Anche perché, diciamocelo, che Lavitola subisca in silenzio è quanto meno improbabile. E’ lecito attendersi che dalle prigioni vengano, a breve, le più fantasiose accuse. Tipo che la macchina fosse fuori apposta. E altre amenità del genere, a cui nessuno crederà. Ma che tutti ascolteranno con profondo interesse. Insomma, nessuno applicherà al capo di Report il metodo Report, ma tutti sogneranno di farlo.
E il motivo profondo sarà che Ranucci, i nemici, ha sempre saputo sceglierseli bene. Gli amici molto meno.
Luca Rampazzo

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