
Nel lontano 1967 mi trovavo a Parigi per preparare la tesi di laurea in diritto comparato. L’argomento era la indipendenza della magistratura negli ordinamenti italiano e francese.
Ai tempi mai avrei pensato che tale questione avrebbe assunto, in seguito, un’importanza così assoluta nella vita di tutti i giorni.
Non intendo naturalmente ripercorrere le più variegate vicende che hanno accompagnato il caso magistratura fino ad oggi; tutti ne sono al corrente e si sono formati una propria opinione. Però il più importante giro di boa cui mi riferisco oggi, è il caso Palamara e, di conseguenza, le fibrillazioni che ne sono seguite e la esigenza da parte degli addetti ai lavori a prendere in qualche modo posizione sui fatti.
In questo contesto ho avuto modo, appunto, di prendere conoscenza delle esternazioni del vice presidente del CSM, avv. David Ermini, pubblicate su ll Messaggero il 21.03.2021 e la replica dell’attuale segretario di Area Democratica per la Giustizia, nonché ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, dr. Eugenio Albamonte, pubblico ministero a Roma, pubblicata su Il Dubbio del 25.03.2021.
Naturalmente la lettura che personalmente do alle due interviste è personale e dunque, per una autonoma conoscenza e valutazione delle medesime, rinvio ai rispettivi documenti.
L’intervento del vice presidente del CSM lo suddividerei in due parti: una istituzionale ed una genuina.
Che la magistratura sia attraversata da carrierismi e da correnti è un fatto notorio, è come scoprire l’acqua calda. Parimenti è ovvio che i magistrati coinvolti nei diversi scandali siano la minima parte; come sono la minima parte coloro che commettono reati comuni; e questo, a mio avviso, non è una consolazione. Parimenti mi sembra normale che il CSM funzioni regolarmente; vorrei vedere il contrario. Ermini nega anche che ci siano delle spaccature sulla riforma del CSM; preferisce parlare della presenza di opinioni diverse. Qui bisogna intendersi: quale sia lo spartiacque tra spaccatura ed opinione diversa; invito il lettore a contestualizzare questo spartiacque nella attuale realtà. Insomma in questa parte dell’intervista, secondo la mia interpretazione, il vice presidente Ermini fornisce un quadro rappresentativo istituzionale della magistratura, limitandosi a togliere le erbacce, senza peraltro affondare il vomere nel sottostante solido terreno.
Nel proporre la parte genuina, preferisco riportare integralmente quanto risulta nell’intervista:” personalmente, sono dell’avviso che nel valutare la professionalità di un magistrato vi sia anche un controllo sulla qualità e sulla tenuta dei suoi provvedimenti: se ad esempio la gran parte dei processi chiesti da un pm finiscono in assoluzione o se le sentenze di un giudice civile vengono riformate in quantità, va considerato o no in una valutazione di professionalità?”
In altri termini l’avv. Ermini dice questo: se gli atti di un magistrato vengono regolarmente riformati,significa che quel magistrato sbaglia spesso e, se così è, non deve fare carriera.
Più ostica mi è risultata la comprensione dell’intervista rilasciata da Albamonte.
Prima che questa inizi, l’intervistatrice, Valentina Stella, pone una premessa di carattere oggettivo: la valutazione dei magistrati prescinde da criteri di professionalità, risultando questa sempre positiva, tanto che si attesta in un “range” tra il 99,1% ed il 99,5%.
Domanda poi all’intervistato se la proposta di Ermini circa l’avanzamento di carriera basata su criteri di merito professionale, rappresenti una valida utilità.
L’intervistato replica che la proposta di Ermini “manca di approfondimento. Sembra una proposta ritagliata sull’emotività del momento, in relazione ad alcune vicende giudiziarie che hanno fatto scalpore a livello mediatico. Non é opportuno utilizzare un caso singolo per portare la discussione sul piano generale. Andando nel merito della questione: una valutazione della performance giudiziaria dei provvedimenti come parametro di valutazione professionale del magistrato porta al paradosso che gli unici che avranno una valutazione positiva saranno quelli della Cassazione perché sono gli ultimi a giudicare. Credo che il vicepresidente Ermini non stesse pensando ad una simile eventualità. Quindi le sue parole potrebbero essere lette come una provocazione per lanciare il sasso nello stagno”.
Questo passaggio, come la maggior parte di quelli successivi, non mi sono stati di facile comprensione, direi, per mutuare un concetto dell’intervistato, che mi sembrano tutti paradossali.
Mi soffermo sul passaggio riportato in corsivo.
E’ vero che i magistrati di Cassazione non hanno organo alcuno che possa giudicare la loro professionalità; però è ancor più vero che prima di arrivare in Cassazione devono ( o dovrebbero) passare i vari gradi giurisdizionali ove la loro professionalità potrebbe essere attestata; ed un magistrato la cui sentenze non trovano riforma ha diritto a progredire nella carriera, indipendentemente dai “ ranges” preconfezionati. Quando poi, grazie all’ottimo “cursus honorum”, arriverà in Cassazione, avrà ben diritto a vedersi riconosciuta una oggettiva valutazione positiva; senza contare che una verifica potrebbe essere sempre svolta su tali magistrati, dal CSM.
Albamonte aggiunge di conseguenza, se ho ben capito, che non occorrono magistrati eccellenti che trattino cause altrettanto eccellenti, bensì soggetti che garantiscano “ uno standard professionale adeguato a tutti i cittadini in relazione a tutti i processi che vengono celebrati”. A meno che non abbia ipotecato il mio cervello, mi sembra di capire che quanto dice l’intervistato corrisponda esattamente a quanto sostiene Ermini; sembrerebbe altrimenti di capire che ci siano dei processi ove non sia necessario uno standard professionale adeguato; il che è un paradosso.
Un atro passaggio che mi ha sconvolto è quando Albamonte giustifica il passaggio di carriera grazie alle capacità dirigenziali; sempre che abbia ben capito, ciò potrebbe significare che un magistrato che sbaglia tutte le sentenze, può tranquillamente diventare presidente di un Tribunale; il che è un paradosso.
Qui mi fermo, poiché continuare potrebbe apparire un paradosso ancora più marchiano.
Questo articolo però merita una conclusione.
Ai tempi in cui frequentavo giurisprudenza, al primo anno, avevo come docente di diritto privato il prof. Salvatore Romano; i suoi aspetti folcloristici erano la camicia a maniche corte sotto la giacca ed una Camel perennemente accesa tra le labbra.
In occasione di una sua carrellata sugli aspetti professionali conseguenti alla laurea, ci propose anche la carriera in magistratura; ci fece presente che un magistrato che sbagliasse soventemente sentenze, perché poi riformate, difficilmente avrebbe fatto carriera; dunque sottolineò l’importanza di essere ben preparati, perché appunto dalla scienza sarebbe dipeso il successo professionale.
E’ in pratica quello che ha esposto Ermini all’intervistatore. Ed è quello che sempre accade nella vita di chi lavora: chi è bravo va avanti, chi no rimane indietro. Ma nella realtà della magistratura può accadere il contrario: chi è bravo non va avanti; mi astengo dal commentare i successi di chi non sia bravo.
Spero che la ventata di antica novità, offuscata dalla riforma Vassalli in poi, ed oggi rinfrescata dall’intervento di Ermini, possa trovare la giusta rispondenza nel mondo giudiziario per farci tornare ad affermare un antico adagio, caro a noi vecchi avvocati, e dire che “ il Giudice ha sempre ragione”. Rinfrescare questa certezza per noi Avvocati è un meraviglioso sollievo; per voi Giudici una grande responsabilità.
Carlo Eugenio Casini
Avvocato in Firenze

Un popolo che ha una amministrazione della giustizia come quella italiana non è un popolo libero.