Lo Stato d’Italia si regge sull’equilibrio dei poteri istituzionali apicali: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo. La magistratura non è un potere ma un ordine. La Corte costituzionale è organo di garanzia. I pilastri, dunque, sono tre. Se uno si inclina, deforma il triangolo costituzionale da equilatero in scaleno, con tutte le possibili conseguenze, sino al possibile crollo del regime. È quanto sta accadendo. Il silenzio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non potrà durare a lungo dinnanzi al rischio che il governo trascini lo Stato stesso nel proprio prevedibile collasso. In gioco non c’è il cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, con tutte le sue contraddizioni, reticenze, promesse e violazioni patenti della Costituzione. Codesto Contratto, va ricordato, non ha alcuna valenza pubblica, ergaomnes:è l’intesa tra due forze politico-parlamentari, geneticamente diverse e incompatibili e quindi da un’unione infeconda, destinata a durare come tante altre in passato.
Il punto della crisi in atto è ben altro: la credibilità dello Stato, verso l’estero e nei confronti dei cittadini, per ora frastornati ma prima o poi costretti a destarsi. Ce lo ricorda la Costituzione. Forse non è la “più bella del mondo”, ma certo rimane l’unica àncora di salvezza nei marosi imperversanti.
Il caposaldo della Repubblica (come già, a tale riguardo, della monarchia) è l’armonia tra Capo dello Stato, governo e legislativo. Il perno del compasso fu e rimane il presidente del Consiglio dei ministri. Nominato dal Presidente della Repubblica (art. 92 della Carta), quello dell’esecutivo “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri” (art.. 95). È esattamente l’opposto di quanto ora accade con Giuseppe Conte, avvocato, docente di diritto, mai eletto deputato, presidente dopo la canea della minacciata incriminazione di Mattarella da parte dei Cinque Stelle e di altri esagitati di borgata.
Ruolo e competenze del presidente del Consiglio non sono affatto una novità. Lo Statuto Albertino, in vigore dal 1848 al 1947, non lo prevedeva. In forza dell’art. 65 il Re nominava e revocava i “suoi” ministri. A volte Vittorio Emanuele II presenziò alle sedute del governo. Lo storico Aldo G. Ricci ha documentato quanto Camillo Cavour abbia faticato a ritagliarsi la veste (non il rango, che continuò a non esistere) di presidente del Consiglio, spostando l’asse della fiducia dalla investitura regale alla Camera dei deputati. Ma nella forma nulla mutò. Nel 1890, per esempio, Giovanni Giolitti si dimise da ministro direttamente nelle mani di Umberto I che l’aveva nominato. Il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, che lo apprese per secondo, andò su tutte le furie ma non poté farci nulla. La svolta arrivò con il Regio Decreto 14 novembre 1901, n. 466 sugli “oggetti da sottoporsi al Consiglio dei ministri”. Senza alcuna modifica dello Statuto, all’articolo 6 esso enunciò: “Il presidente del consiglio dei ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l’adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al paese”. Ogni ministro doveva riferire al presidente su “tutte le note e comunicazioni che impegnino la politica del Governo nei suoi rapporti coi Governi esteri”. Anche in Italia da 117 anni è chiaro che il presidente del governo deve “mantenere l’unità d’indirizzo”, non giocare “di rimessa”.
Presidente era il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, quarant’anni prima iniziato massone nella loggia “Dante Alighieri” di Torino e ancora attivo “tra le colonne”. Ministro dell’interno era Giolitti. Era impensabile che i ministri parlassero “a titolo personale” o di politica generale, inclusa quella estera. Quando il Paese rischiò di spaccarsi sulla introduzione del divorzio (1902-1903), Giolitti intimò al sottosegretario alla Giustizia, Scipione Ronchetti, massone a sua volta, di non dire più una parola in pubblico sullo spinoso argomento. Ronchetti tacque. Asceso alla presidenza del governo, lo Statista piemontese lo premiò facendogli conferire il ministero della Giustizia.
Il governo doveva essere e, soprattutto, mostrarsi in perfetta armonia agli occhi del Re, del Parlamento e del Paese. Poiché, a parte Zanardelli, i presidenti del Consiglio furono sempre anche ministri dell’Interno, per l’unità dell’esecutivo a loro bastò avere in sintonia i ministri degli Esteri, della Guerra e dell’Istruzione. Gli altri si occupavano della “intendenza”. Il culmine della convergenza si registrò nel 1911-1914 tra Giolitti, il ministro degli Esteri marchese di San Giuliano, quello della Guerra Paolo Spingardi, già comandante dei Carabinieri, e il capo di stato Maggiore dell’Esercito, Alberto Pollio. L’intervento nella Grande Guerra e il difficile dopoguerra, a parte il V e ultimo governo Giolitti (1920-1921), retto come sempre con mano fermissima, introdussero nell’esecutivo le discrepanze e divaricazioni che concorsero alla crisi dell’ottobre 1922 e all’avvento del governo Mussolini.
Con la legge 24 dicembre 1924, n. 2263, sempre a Statuto immutato, vennero definite le attribuzioni e le prerogative del “capo del governo”. A parte il titolo (“primo ministro segretario di Stato”) poco mutò nella sostanza: doveva dirigere e coordinare l’opera dei ministri e conciliare le loro eventuali “divergenze”. La sua nomina e revoca rimase nelle mani del sovrano. Il decreto di dimissioni doveva essere firmato dal successore. Il “cambio” tra presidenti avvenne sempre col passaggio di consegne, anche il 31 ottobre 1922, quando Mussolini incontrò il predecessore, Luigi Facta, prima di assumere l’Interno e gli Esteri. Il 25 luglio, però, “fermato” dai Reali Carabinieri, Mussolini non controfirmò affatto la nomina di Pietro Badoglio. Lo ricorda Elio Lodolini in “Dal governo Badoglio alla Repubblica italiana” (Ass.CulturaleItaliaStorica). Le sedute dei governi immediatamente seguenti furono molto complesse, come documenta Aldo Ricci nei dieci volumi dei loro Verbali, pubblicati dal Poligrafico dello Stato, opera poderosa e meritoria, curiosamente ignorata da molti “storici”. Nei sei mesi di presidenza del governo Ferruccio Parri non fu all’altezza del compito. Con una punta di sarcasmo, il comunista Palmiro Togliatti lo ricordò sommerso tra pile di carpette. Malgrado fossero un “concerto a sei voci”, come Giulio Andreotti definì i governi formati dai sei partiti del Comitato centrale di liberazione nazionale, quei ministeri vennero presieduti con pacata fermezza dal democristiano Alcide De Gasperi. Quando il momento gli parve maturo, questi non esitò a escludere dall’esecutivo le sinistre (socialisti e comunisti) e a varare un governo di democristiani e liberali, con Luigi Einaudi vicepresidente, ministro del bilancio e governatore della Banca d’Italia. Nel succoso saggio “Francesco Saverio Nitti teorico della politica” (Univ. Suor Orsola Benincasa) Domenico Fisichella ricorda che secondo Nitti i consigli dei ministri dell’immediato dopoguerra erano “inutili e lunghissimi, dove non si sa mai che cosa si vuole e chi sia il capo”. Tuttavia dalla Ricostruzione alla guida del governo (il “capo” venne sostituito dal tradizionale “presidente”) si susseguirono personalità di polso. Chi riusciva a venire a capo delle tante correnti di un partito composito quale la DC non trovava soverchia difficoltà a varare governi multicolori: centristi, di centro-sinistra, monocolori (come quelli presieduti da Giovanni Leone) e persino (come fece Andreotti) basati su “astensioni” e sulla “non sfiducia”. Altrettanta fattiva duttilità mostrarono poi Francesco Cossiga, il socialista Bettino Craxi e via proseguendo sino a Silvio Berlusconi, Romano Prodi, ancora Berlusconi e Mario Monti, al quale va riconosciuto di aver imposto riforme drastiche proprio perché libero da vincoli di partito (averne fondato uno, senza dimestichezza coi labirinti della “politica” e senza averne il gusto, fu il suo vero errore). Strappata la campanella dalle mani di Enrico Letta, da presidente del Consiglio Matteo Renzi fece di tutto per non farsi rimpiangere. Fraintese il suo compito: anziché mediare tra le diverse correnti di un partito ormai impollinato da ex democristiani, lo fece deflagrare, col risultato di perdere entrambe le presidenze. Rimase comunque l’ultimo esempio di un presidente in sintonia con un ministro degli Esteri di superiore signorilità, quale Paolo Gentiloni, destinato a succedergli a Palazzo Chigi e oggi sempre più rimpianto.
Se l’esecutivo deve esprimere e perseguire un programma organico unitario, l’attuale è un “non governo”, con un presidente palesemente sotto tutela dei suoi due “vice”, a loro volta in dissonanza su tutte le urgenze nazionali, in larga misura non contemplate affatto nel tanto logorroico quanto strabico “Contratto”. L’unico cambiamento per ora manifesto rispetto ai precedenti settant’anni di Repubblica è in quella “forma” che è anche “sostanza”: lo stucchevole battibecco quotidiano tra i titolari di ministeri chiave e le rispettive tifoserie; la continua invasione di campo da parte di ministri che si atteggiano a capi del governo e, quasi fossero sovrani di un Paese del quinto mondo, arrivano a insultare con inaudita protervia capi di Stato esteri poco inclini a dimenticare e istituzioni quali la Commissione dell’Unione Europea e le sue Autorità. Queste possono piacere o non piacere, però l’Italia non può farne a meno, così come non può certo uscire dalla Nato, né capovolgere la propria politica estera (e conseguentemente militare) con le sue modeste forze e per dichiarazioni estemporanee di chi neppure è titolare degli Esteri.
Di quanto veramente accada in Consiglio dei ministri poco si sa. Lo storico futuro avrà a disposizione verbali delle riunioni, decreti approvati (all’unanimità?) e nella veste atta a essere consegnata alla “Gazzetta Ufficiale”? In sintesi, come batte il polso dello Stato d’Italia? Al di là delle osservazioni di metodo e di merito sull’iniziativa di questo o quel procuratore della repubblica circa la condotta di uno o altro ministro, vanno ricordati gli articoli 95 e 96 della Costituzione: “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri”; “il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria…”. Il vecchio e insuperato catechismo insegna che si pecca in pensieri, atti e omissioni. Tocca al presidente consegnare intatte al suo successore le prerogative della sua carica. Così come toccherà a chi l’ha nominato, il Presidente Mattarella, verificare se Giuseppe Conte stia o no esercitando le funzioni che gli sono state commesse o sia gravemente omissivo mentre l’Italia finisce “in tocchi”, come Vittorio Emanuele III disse a Mussolini il 25 luglio 1943, imponendogli le dimissioni.
Aldo A. Mola

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