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Gigi Riva e l’ultimo rigore di Faruk Hadžibegic

“Ah, se lei avesse segnato quel rigore! Forse cambiavano i destini del Paese”.

di Luigi Oliveto | 13 Giugno 2016

Gigi Riva e l’ultimo rigore di Faruk Hadžibegic«Sono quasi le 7,30 della sera a Firenze. Nessuna brezza è arrivata a dare un briciolo di refrigerio. Ai calci di rigore si consuma il destino di quella che sarà l’ultima Jugoslavia alla fase finale di una competizione mondiale». Così scrive Gigi Riva (non il giocatore, ma l’omonimo giornalista) nel suo libro “L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra”. Siamo giustappunto a Firenze, quarti di finale dei Mondiali 1990. Nella snervante lotteria dei calci di rigore, Jugoslavia e Argentina giocano il loro futuro. Lo sfortunato eroe di quella sera è Faruk Hadžibegic, capitano dell’ultima nazionale di un paese unito. Piazza il pallone, breve rincorsa, calcia basso all’angolino di sinistra, ma il portiere Goicoechea si butta dalla parte giusta e para. Ebbene – come scrive Gigi Riva – non fu solo il mesto epilogo di una vicenda calcistica, ma la fine di un paese. Emblematico intreccio di sport, storia, destini di una nazione.

«Innocente lo è, il calcio, quando si ostina a persistere tale nello sguardo di bambino verso una palla che rotola, nel piacere profondo di un cross ben riuscito, un colpo di testa, un tiro all’incrocio, una parata nell’angolino. La parata nell’angolino… Faruk l’ha rivista, tra la retina degli occhi e l’incubo, mille e mille volte in questi 25 anni. Quando la rimuove, ci sono gli altri a ricordargliela. Come adesso che ha preso un volo dalla Francia per Belgrado e ha in programma un largo giro prima di approdare nella sua Sarajevo.  Scende dunque Faruk dalla scaletta dell’aereo in Serbia. Arriva al controllo passaporti nella capitale che un tempo fu sua e che è diventata un’altra nazione. Porge il documento alla guardia di frontiera di cui ben conosce l’idioma, perché possono cambiare i confini, non la lingua. La lingua è come il latte della mamma. Il poliziotto legge ad alta voce: “Faruk Hadzibegic”. Alza lo sguardo e, con una familiarità che ha cancellato il tono ostile, un sorriso che è anche un sospiro, filosofeggia: “Ah, se lei avesse segnato quel rigore! Forse cambiavano i destini del Paese”. La si potrebbe prendere per una vertigine iperbolica, misurare la distanza siderale che corre tra un calcio di rigore e “i destini del Paese”. Un abisso di senso frutto dell’epica che esaspera il potere dello sport. Il calcio come funzione salvifica, antidoto all’odio e alla guerra. Non si conoscono, Faruk e il poliziotto. Il poliziotto ha nell’orecchio l’eco di quel cognome, Hadzibegic, che gli rimanda una delusione, stemperata dal tempo e amplificata dal significato che le è stato universalmente attribuito. Si trova davanti quel cognome in carne ed ossa e non può esimersi dal ripetere quel mantra… il rigore… i destini del Paese… Si fa portavoce, davanti al soggetto, o meglio, davanti al capro espiatorio, della narrazione popolare in cui l’idolo delle masse ha il potere prestigioso, come un deus ex machina, di deviare l’ineluttabile. O di favorirlo. […] Faruk sorride a mezza bocca, alza gli occhi al cielo quasi scusandosi, si riprende il passaporto, saluta. Noleggia un’automobile e si dirige verso la Croazia. “Alt! Documenti”, la scena si ripete. “Hadzibegic? Proprio lei? Se non avesse sbagliato quel calcio di rigore…”. Pure il croato? Pure il funzionario di una Repubblica che la secessione dalla Jugoslavia l’ha preparata, inseguita, pagata e infine ottenuta e magari dovrebbe essergli grato? Pure lui. Stessa lingua, del resto, no? Stesso latte della mamma, stessa passione per la palla che gira. Stesso tormentone. Faruk è in bilico tra il supplizio e la soddisfazione per la fama, peccato raggiunta non con i successi ma con un rigore sbagliato. Alle frontiere ci sono i dazi: questo è il suo dazio. Infine il confine con la Bosnia, la sua Bosnia, dove solo l’età anagrafica dell’agente di polizia rende il siparietto diverso. C’è un ragazzo che forse non era nemmeno nato all’epoca, non ha segni di barba sulle gote. Legge, sussulta, chiede permesso, entra nell’abitacolo, allontana col braccio il telefonino e mette la faccia accanto al campione per un selfie. “Non è per me, è per mio padre. Mi ripete sempre che a causa del suo rigore…”. Ci è abituato ormai, Faruk, “otto volte su dieci, quando incontro ex jugoslavi è così”. Il rigore è trasvolato dal calcio, si è fatto mito, passaggio cruciale, leggenda. Più passa il tempo più la benevolenza prevale sul rimprovero. L’eroe soccombente è comunque eroe. Ettore non è meno valoroso di Achille, nel suo lato fragile anche più simpatico. Non poteva essere diversamente nella terra dove si celebrano le gloriose sconfitte: la consolazione dei perdenti».

[da L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra di Gigi Riva]

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, bambino, epilogo, firenze, francia, futuro, Gigi Riva, nato, nazione, polizia, repubblica

Info Luigi Oliveto

giornalista e scrittore. Ha pubblicato i saggi: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001; 2003; seconda edizione accresciuta), Il paesaggio senese nelle pagine della letteratura (2002), Siena d’Autore. Guida letteraria della città  e delle sue terre (2004). Suoi scritti sono compresi nei volumi collettanei: Musica senza schemi per una società nuova (1977), La poesia italiana negli anni Settanta (1980), Discorsi per il Tricolore (1999). Arricchiti con propri contributi critici, ha curato il libri: InCanti di Siena (1988), Di Siena, del Palio e d’altre storie. Biografia e bibliografia degli scritti di Arrigo Pecchili (1988), Dina Ferri. Quaderno del nulla (1999), la silloge poetica di Arrigo Pecchioli L’amata mia di pietra (2002), Di Siena la canzone. Canti della tradizione popolare senese (2004). Così come è curatore, insieme a Carlo Fini, del libro di Pecchioli Chi la sa non la insegna. Raccolta di proverbi e modi di dire senesi (1995), dell’intervista di Mario Luzi realizzata per il calendario – libro Le Crete e la Val d’Orcia. Un terra di celeste stella (2000), dei volumi Mi guarda Siena con testi di Mario Luzi e immagini fotografiche di Pepi Merisio (2002) e Toscana Mater (2004) con testi di Mario Luzi e foto degli Archivi Alinari. Suoi anche i testi della guida Castelnuovo Berardenga. Storia, arte, natura e tradizioni (2007) e dell’album Indy e Lib (la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” adatta per i bambini delle scuole elementari) giunto alla terza edizione. Oliveto è anche autore/sceneggiatore del documentario televisivo La città raccontata (2004) e, per la parte dei testi, del documentario Palio (2006) pubblicato in dvd. Nel 2007 ha curato il libro Qui sostò l’eroe. Garibaldi in terra di Siena (2007, primamedia editore). Nel 2011 ha scritto Giosué Carducci.Una vita da poeta e nel 2012 Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (primamedia editore). Da oltre dieci anni tiene una rubrica (Aforismi del giorno dopo) sul Corriere di Siena. Nel 2006 la sua attività pubblicistica trova un significativo riconoscimento con la menzione speciale al Premio giornalistico “Paolo Frajese”. È direttore responsabile di Sienalibri.it, portale di cultura e promozione libraria.

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