
«Innocente lo è, il calcio, quando si ostina a persistere tale nello sguardo di bambino verso una palla che rotola, nel piacere profondo di un cross ben riuscito, un colpo di testa, un tiro all’incrocio, una parata nell’angolino. La parata nell’angolino… Faruk l’ha rivista, tra la retina degli occhi e l’incubo, mille e mille volte in questi 25 anni. Quando la rimuove, ci sono gli altri a ricordargliela. Come adesso che ha preso un volo dalla Francia per Belgrado e ha in programma un largo giro prima di approdare nella sua Sarajevo. Scende dunque Faruk dalla scaletta dell’aereo in Serbia. Arriva al controllo passaporti nella capitale che un tempo fu sua e che è diventata un’altra nazione. Porge il documento alla guardia di frontiera di cui ben conosce l’idioma, perché possono cambiare i confini, non la lingua. La lingua è come il latte della mamma. Il poliziotto legge ad alta voce: “Faruk Hadzibegic”. Alza lo sguardo e, con una familiarità che ha cancellato il tono ostile, un sorriso che è anche un sospiro, filosofeggia: “Ah, se lei avesse segnato quel rigore! Forse cambiavano i destini del Paese”. La si potrebbe prendere per una vertigine iperbolica, misurare la distanza siderale che corre tra un calcio di rigore e “i destini del Paese”. Un abisso di senso frutto dell’epica che esaspera il potere dello sport. Il calcio come funzione salvifica, antidoto all’odio e alla guerra. Non si conoscono, Faruk e il poliziotto. Il poliziotto ha nell’orecchio l’eco di quel cognome, Hadzibegic, che gli rimanda una delusione, stemperata dal tempo e amplificata dal significato che le è stato universalmente attribuito. Si trova davanti quel cognome in carne ed ossa e non può esimersi dal ripetere quel mantra… il rigore… i destini del Paese… Si fa portavoce, davanti al soggetto, o meglio, davanti al capro espiatorio, della narrazione popolare in cui l’idolo delle masse ha il potere prestigioso, come un deus ex machina, di deviare l’ineluttabile. O di favorirlo. […] Faruk sorride a mezza bocca, alza gli occhi al cielo quasi scusandosi, si riprende il passaporto, saluta. Noleggia un’automobile e si dirige verso la Croazia. “Alt! Documenti”, la scena si ripete. “Hadzibegic? Proprio lei? Se non avesse sbagliato quel calcio di rigore…”. Pure il croato? Pure il funzionario di una Repubblica che la secessione dalla Jugoslavia l’ha preparata, inseguita, pagata e infine ottenuta e magari dovrebbe essergli grato? Pure lui. Stessa lingua, del resto, no? Stesso latte della mamma, stessa passione per la palla che gira. Stesso tormentone. Faruk è in bilico tra il supplizio e la soddisfazione per la fama, peccato raggiunta non con i successi ma con un rigore sbagliato. Alle frontiere ci sono i dazi: questo è il suo dazio. Infine il confine con la Bosnia, la sua Bosnia, dove solo l’età anagrafica dell’agente di polizia rende il siparietto diverso. C’è un ragazzo che forse non era nemmeno nato all’epoca, non ha segni di barba sulle gote. Legge, sussulta, chiede permesso, entra nell’abitacolo, allontana col braccio il telefonino e mette la faccia accanto al campione per un selfie. “Non è per me, è per mio padre. Mi ripete sempre che a causa del suo rigore…”. Ci è abituato ormai, Faruk, “otto volte su dieci, quando incontro ex jugoslavi è così”. Il rigore è trasvolato dal calcio, si è fatto mito, passaggio cruciale, leggenda. Più passa il tempo più la benevolenza prevale sul rimprovero. L’eroe soccombente è comunque eroe. Ettore non è meno valoroso di Achille, nel suo lato fragile anche più simpatico. Non poteva essere diversamente nella terra dove si celebrano le gloriose sconfitte: la consolazione dei perdenti».
[da L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra di Gigi Riva]

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