
di Guido Alberto Casanova*
Il Giappone e la Corea del Sud stanno attraversando una fase complicata delle proprie relazioni con gli Stati Uniti: una fase in cui, dopo aver fissato molto in alto le aspettative del presidente Donald Trump riguardo ai propri impegni, ora i due Paesi alleati di Washington devono essere all’altezza di quanto promesso. A gravare sulla gestione dei rapporti di ognuno dei due attori asiatici con gli Stati Uniti sono soprattutto gli investimenti economici promessi l’anno scorso.
L’accordo commerciale sugli investimenti
Dopo l’introduzione dei “dazi reciproci” annunciati nell’aprile del 2025 dal presidente statunitense durante il cosiddetto Liberation Day, il Giappone e la Corea dovevano fare i conti con la prospettiva di un dazio sull’export verso il mercato statunitense rispettivamente del 24% e 25%, a cui si accompagnava un dazio del 25% precedentemente annunciato sulle auto. Per entrambi i Paesi la decisione di imporre dazi così elevati rappresentava una minaccia concreta al proprio modello economico e al proprio benessere sociale, dal momento che sia Giappone che Corea dipendono molto dall’export verso gli Stati Uniti.
Per evitare lo scenario di un dazio così alto, dunque, nel luglio dell’anno scorso ognuno dei due Paesi ha negoziato un accordo commerciale con gli Stati Uniti. La struttura degli accordi raggiunti da Giappone e Corea, specificata nei successivi memorandum sottoscritti col governo statunitense, è piuttosto simile tra di loro: essa prevede da parte statunitense un abbassamento del livello massimo dei dazi al 15%, equiparandolo a quello imposto alle economie europee e tutelando quindi la concorrenzialità delle imprese giapponesi e coreane, mentre per le due controparti prevede l’investimento di una grossa somma di capitale in settori strategici per la reindustrializzazione degli Stati Uniti a cui mira l’agenda America First di Trump. Per il Giappone la cifra concordata è di $550 miliardi, per la Corea invece è di $350 miliardi. I progetti d’investimento sottostanti a ognuna delle due somme dovranno essere annunciati entro la scadenza dell’attuale mandato del presidente statunitense, a gennaio 2029.
Simili solo all’apparenza
Nonostante le somiglianze, i due accordi impongono oneri piuttosto diversi per i due Paesi. La prima e più evidente differenza sta nel fatto che la somma concordata dal Giappone non contiene vincoli settoriali per gli investimenti: il memorandum pubblicato a settembre dell’anno scorso infatti menziona i semiconduttori, la farmaceutica, i materiali critici, l’energia, l’intelligenza artificiale e altri settori dell’economia statunitense come possibili beneficiari degli investimenti giapponesi ma non impone quote per nessuno di essi. Nel caso della Corea del Sud invece l’accordo prevede esplicitamente che $150 miliardi degli investimenti promessi dal governo di Seoul siano vincolati alla cantieristica navale, un settore in cui gli Stati Uniti contano oggi per appena lo 0,2% del tonnellaggio commerciale globale ma che ha importanti ricadute anche per l’industria della difesa.
Va poi considerata la differenza di peso relativo che le promesse d’investimento hanno sull’economia dei due Paesi. Benché l’importo concordato col Giappone sia più alto di quello richiesto alla Corea del Sud, per il primo questo rappresenta un volume pari al 15% del proprio PIL mentre per la seconda rappresenta una quota maggiore prossima al 20%. Anche le capacità finanziarie dei due Paesi necessarie a onorare questo impegno sono tali da rendere evidente la disparità delle condizioni a cui devono sottostare: per il Giappone la somma promessa rappresenta circa la metà delle proprie riserve di valuta straniera, mentre per la Corea la rispettiva somma equivale all’80%.
Proprio per ovviare alla sproporzione dell’impegno richiesto, il governo sudcoreano del presidente Lee Jae-myung ha insistito per inserire una clausola (assente invece nell’accordo concluso dal Giappone) che stabilisce un tetto massimo ai finanziamenti che la Corea dovrà sborsare per finanziare gli investimenti, fissato a $20 miliardi l’anno. Questo accorgimento consente di allungare l’orizzonte temporale e di conseguenza alleggerisce la pressione finanziaria su Seoul, che altrimenti rischierebbe di trovarsi nella situazione di non aver sufficienti riserve di moneta per realizzare gli investimenti e anche proteggere la propria valuta contro eventuali oscillazioni del mercato monetario.
Sempre nel segno della precauzione è un’altra caratteristica dell’accordo negoziato dal governo di Seoul. La Corea del Sud, a differenza di quanto fatto dal Giappone, ha ritenuto necessario introdurre un criterio di fattibilità commerciale per gli investimenti, aggiungendo così nel memorandum un requisito esplicito riguardo la “ragionevolezza” economica dei progetti da realizzare.
Il caso giapponese: celerità innanzi tutto
Tra i due Paesi, il Giappone è stato senza dubbio quello più solerte nel muoversi per rispettare l’accordo. A poche settimane dalla firma del memorandum a inizio settembre 2025, già il mese successivo Trump e la premier Sanae Takaichi in occasione della visita a Tokyo pubblicavano una prima lista di possibili progetti d’investimento che abbracciavano categorie come energia, materiali critici, infrastrutture ed elettricità per l’intelligenza artificiale. I lavori preparatori sono poi cominciati a dicembre coi colloqui tra le parti e a febbraio veniva annunciata la prima serie di investimenti per un valore complessivo di $36 miliardi, a cui ne è seguita una seconda il mese successivo questa volta per un totale di $73 miliardi. Nel giro di appena sei mesi, quindi, il Giappone ha annunciato progetti per $109 miliardi, circa un quinto di tutti gli investimenti negli Stati Uniti che il Paese si è impegnato a individuare entro il 2029, mentre un ultimo investimento dal potenziale valore di $21 miliardi è stato annunciato proprio questa settimana.
I progetti identificati congiuntamente dal Giappone e dagli Stati Uniti sono sette, in gran parte concentrati nel settore dell’energia (dato il crescente fabbisogno di elettricità che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale richiede all’economia statunitense) ma con un’attenzione non trascurabile per il comparto manifatturiero. La prima tranche, quella di febbraio, comprendeva tre progetti. Il più importante di questi è la costruzione di una grande centrale a gas nell’Ohio del valore di $33 miliardi capace di generare 9,2 gigawatt di energia elettrica, in cui sarà coinvolta in prima linea la società tecnologica giapponese SoftBank; gli altri due progetti invece sono lo sviluppo di un terminale portuale in Texas per ampliare la capacità di carico del greggio e la realizzazione di un impianto in Georgia per la produzione di diamanti sintetici, usati in un’ampia gamma di industrie che vanno dai semiconduttori all’automotive per le loro proprietà come la durezza. Con la seconda tranche invece sono state annunciate la realizzazione in Alabama e Tennessee di piccoli reattori modulari per un valore complessivo di $40 miliardi, e di due centrali a gas, una in Pennsylvania e l’altra in Texas. L’ultimo annuncio infine è quello di una fabbrica di microchip maturi a New York.
Il caso sudcoreano: titubanza, volume, sgambetti
Al contrario la Corea del Sud ha proceduto più lentamente, dando a tratti l’impressione di essere restìa a mantenere la parola data, tanto che a gennaio di quest’anno Trump aveva pure minacciato di riportare al 25% i dazi sull’import dalla Corea del Sud. A marzo, mentre il governo giapponese approvava la seconda tornata di investimenti, il governo di Seoul stava promulgando una legislazione speciale per dare attuazione al memorandum firmato nel novembre precedente; dopodiché, i negoziati si sono prolungati durante tutta l’estate. A fine agosto non era ancora stato annunciato alcun progetto, generando un certo malcontento a Washington riguardo le intenzioni del proprio alleato sudcoreano soprattutto se messo a comparazione con il livello di avanzamento dei progetti sostenuti dal Giappone che nel frattempo avevano già trovato i capitali necessari sia per la prima serie di investimenti annunciati che per la seconda.
A fine settembre, alla fine, i due Paesi hanno annunciato in un’unica occasione tre grossi progetti d’investimento che dovrebbero coprire quasi del tutto il volume di $200 miliardi svincolati da un settore predeterminato. Il primo progetto, del valore di $120 miliardi, prevede la costruzione di otto reattori nucleari, sei dei quali realizzati da Westinghouse e due da operatori sudcoreani; il secondo, valutato $22 miliardi, consiste invece nella costruzione di una centrale a gas in Texas da 6,5 gigawatt; il terzo, infine, mira a sostenere lo sfruttamento del gas naturale dell’Alaska costruendo un gasdotto di circa 1.300 km che attraversi tutto lo stato dai giacimenti a nord fino alla costa meridionale, dove dovrebbe essere liquefatto per l’esportazione verso i mercati asiatici.
Quest’ultimo progetto però è servito involontariamente da cartina di tornasole delle tensioni che intercorrono tra i due alleati. Mentre Trump ha annunciato l’investimento sudcoreano nel gasdotto (che dovrebbe aggirarsi attorno ai $54 miliardi) come un’intesa ormai definitiva, il ministero dell’Industria di Seoul si è affrettato a smentire chiarendo che “nessuna decisione è stata presa” se investire nel progetto ed eventualmente con quale importo. Il presidente statunitense, impegnato in una dura campagna per le elezioni di midterm che vede proprio l’Alaska in bilico, ha quindi alzato i toni e contraddetto le affermazioni sudcoreane suggerendo che se il governo di Seoul dovesse tirarsi indietro gli Stati Uniti potrebbero alzare nuovamente i dazi.
La tensione sugli investimenti
È stato chiaro fin da subito che far seguire alle promesse i fatti concreti sarebbe stata la parte difficile per i due alleati asiatici di Washington. Soddisfare Trump con numeri dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari in investimenti per l’economia statunitense era solo il primo passo, perché il compito più arduo rimane quello di mantenere soddisfatte le aspettative del presidente e, quindi, di convincerlo che sia nel proprio interesse continuare a rispettare gli impegni presi coi propri alleati. Giappone e Corea del Sud infatti hanno negli Stati Uniti il proprio unico alleato militare che anche grazie a un ampio contingente stanziato sul proprio territorio garantisce la sicurezza dei due Paesi in un contesto di alta tensione geopolitica.
Mantenere soddisfatte le aspettative di Trump significa però dover risolvere alcuni dilemmi, come quello di come preservare la tenuta dell’alleanza militare senza sacrificare eccessivamente i propri interessi economici nazionali. Il governo di Tokyo nutre infatti alcuni dubbi riguardo gli accordi negoziati con gli Stati Uniti, che riguardano in primis le responsabilità legali per eventuali incidenti ai reattori da costruire (visto che si tratta di una tecnologia ancora non sperimentata su scala commerciale in occidente) ma anche la certezza che la somma di denaro pubblico investito venga poi ripagata. Di ancor più profondi probabilmente ne possiede il governo sudcoreano, preoccupato di assicurarsi un meccanismo di salvaguardia per rimodulare la propria partecipazione in quei progetti che dovessero rivelarsi meno profittevoli o più rischiosi del previsto.
È legittimo chiedersi quanti, ed eventualmente quali, di questi interessi economici possano essere disposti a sacrificare il Giappone o la Corea del Sud. Molto dipenderà da ciò che i due Paesi asiatici potranno mettere sul proprio piatto della bilancia per mantenere fisso su di sé l’interesse di Trump.
Guido Alberto Casanova
*Istituto Ispi

Lascia un commento