Che le foreste siano l’unico strumento efficace per assorbire il co2 nell’atmosfera e, parimenti , a mitigare il cambiamento climatico, tutti sembrano essere d’accordo, sicché rimane poco comprensibile come mai si possa leggere sulla stampa quotidiana, quando si riferisce ai boschi toscani appartenenti alla proprietà privata, la preoccupazione che essi risentano della mancata gestione e utilizzazione da parte del possessore , essendo considerata , una tale condizione, del tutto pari all’abbandono, cosicché diviene necessario porvi rimedio .
L’idea che la conservazione delle superfici forestali, ma anche del patrimonio naturalistico che vive in simbiosi con il bosco -e che si è intanto potenziato in conseguenza dell’ assenza di interventi antropici- possa anche essere un fatto positivo sotto il profilo dell’interesse generale , è del tutto assente in quegli scritti; e la ragione principale, per la quale occorrerebbe procedere ai diradamenti, agli sfolli del bosco e quindi alla sua recisione per produrre legname, riposerebbe, nel fatto- di interesse pubblico -che, altrimenti , si aumenta il rischio di incendi del quale viene a risentirne l’intera collettività.
Non neghiamo affatto che possa essere effettivamente così , ma non dimentichiamoci però, che gli incendi nei boschi sono dovuti ,nella pressoché totalità dei casi, all’opera dell’uomo, sicché esiste la possibilità di ricorrere anche ad altri strumenti per ovviare a tale rischio. Eppoi perché escludere che il proprietario boschivo non abbia interesse al taglio del bosco perché preferisce seguirlo nella sua naturale evoluzione -che ne accresce le potenzialità-anche quando abbia raggiunto la maturità per essere reciso ? Dobbiamo costringere il possessore a tagliare il bosco facendo apparire quello che è un interesse economico di natura privatistica come rispondesse all’ interesse generale ? Ci sarebbe anche da osservare che le statistiche non ci dicono affatto che in termini percentuali la quantità dei boschi percorsi da incendio risieda in misura maggiore in quei boschi dove è stato assente l’intervento dell’uomo, rispetto a quelli coltivati: si direbbe semmai il contrario.
Va, infatti, ricordato, all’inclita e all’incolto, che quando ci si riferisce al bosco e al suo prodotto legnoso, non è consentito far paragoni con il frutto dell’attività agricola- intesa in senso stretto- che, in generale, una volta giunto a maturazione, se non viene colto, si deteriora e perde di valore, finendo poi per marcire. Nel caso del bosco, quando il tempo della crescita è terminato e si è rinunziato al taglio, il naturale invecchiamento degli alberi, oltre a giovare all’interesse pubblico in relazione a tutta una serie di sevizi offerti dal bosco, fra i quali, principalmente, la cattura del co2 nell’atmosfera, la mitigazione del clima, la formazione delle riserve d’acqua, la conservazione della biodiversità, la stabilizzazione del terreno mediante la trama delle radici degli alberi, il trattenimento del dilavare delle acque mediante il proprio ”humus” ecc. giova anche, l’invecchiamento del bosco, dicevamo, allo stesso proprietario privato, ossia al suo interesse economico , perché l’ accrescimento legnoso, che con gli anni viene a determinarsi, non va perduto, ma si accumula negli alberi aumentandone le capacità produttive. Se poi, in particolare, ci riferiamo al bosco ceduo- che costituisce in alta percentuale il nostro patrimonio boschivo nazionale ,tant’è che si è parlato di un Paese, il nostro, “ ricco di boschi poveri”– il bosco governato a ceduo ,per il solo fatto del trascorrere degli anni, si trasforma, in fustaia che, è stato calcolato, avrà una produttività almeno doppia di quella del bosco ceduo.
Il problema dei boschi nei Paesi dell’Europa comunitaria non è, attualmente , quello della loro conservazione, ma del loro eccessivo sfruttamento, come ha dimostrato di recente un autorevole Studio di ricerca tedesco, il Natural Forest Academy, per cui si è superato il limite di utilizzazione consentito per fronteggiare in modo adeguato l’emergenza climatica. Se, infatti, si riducesse di un terzo , come viene proposto nello Studio, l’tasso di sfruttamento delle foreste dell’ Unione, abbassandolo dall’attuale 77 per cento al 50 per cento , le stesse foreste immagazzinerebbero il doppio degli attuali milioni di tonnellate di co2, che potrebbero così salire dai 245 milioni di tonnellate oggi assorbite, a 487 milioni di tonnellate.
A questo proposito non dobbiamo trascurare il fatto che, quando si parla della produzione del legno, si seguono tempi ben diverse dalla produzione dei beni agricoli ,il cui ciclo di riproduzione è ,in generale, di un anno all’incirca, tant’è che si parla di annata agraria; nel caso dei boschi, se solo si fa riferimento al bosco ceduo di cui, in massima parte, è costituito il nostro patrimonio forestale, occorreranno per la sua riproduzione a seconda delle diverse specie, fra i 20 e i 25-30 anni. Un periodo di tempo nel quale si immette nell’atmosfera- perché il bosco ceduo viene utilizzato soprattutto come legna da ardere- una quantità di co2 che non potrà essere assorbita dalla vegetazione nell’immediato per il fatto della discrasia temporale esistente tra il consumo del legno (combustione) e la sua riproduzione per effetto della ricrescita del bosco.
Che l’interesse al bosco vada oggi, e cioè in piena crisi climatica, in direzione di una selvicoltura su base naturalistica, lo attesta la tutela dei ”boschi vetusti”, che troviamo inserita fra le disposizioni del vigente Testo Unico forestale in conseguenza dell’ approvazione delle norme attuative della direttiva comunitaria sulla “qualità dell’aria” (decreto legge14 ottobre 2019 n.11 convertito in legge 12 dicembre2019 n.141) E, per boschi vetusti- destinati ad essere salvaguardati- la norma intende le superfici forestali con una anzianità di sessanta anni senza utilizzazione, e che non abbiano subito- per lo stesso periodo di tempo- altri “disturbi” da parte dell’uomo.
L’attenzione del legislatore verso i boschi vetusti è sintomatico di una considerazione del bosco diverso da quello che ancora oggi si può constatare nella nostra legislazione in vigore, la quale consente l’esercizio di una selvicoltura che intende la foresta come un agglomerato produttivistico per la fornitura di legname senza andare oltre, a parte l’interesse alla stabilità idrogeologica del territorio .
Oggi si sta affermando, anche se la legislazione regionale in gran misura non sembra accorgersene, un approccio al bosco visto nella complessità delle sue funzioni e, cioè, un approccio ecosistemico, che non nega , certo, l’importanza della selvicoltura, e conseguentemente, di tutta la filiera del legno, ma che postula una selvicoltura di stampo naturalistico, ossia che tenga conto del fatto- come ha messo in rilievo la Giurisprudenza della Cassazione penale, ma anche recentemente, il nostro massimo organo di Giustizia Amministrativa- che il bosco è “ una realtà vivente , un ecosistema complesso costituito non solo da un insieme di alberi ,ma anche dal sottobosco, dalla fauna e micro fauna”: non di rado un patrimonio forestale di particolare interesse per la conservazione della biodiversità vegetale e animale, sicché occorre una selvicoltura attenta ai processi ecologici del bosco e non un esercizio purchessia dell’ attività selvicolturale.
E, al riguardo, conviene ricordare, che la proprietà forestale appartiene a quel tipo di proprietà che la dottrina giuridica e la giurisprudenza della Corte Costituzionale hanno definito come una proprietà che obbliga, ossia da esercitarsi in funzione sociale secondo il dettato costituzionale, essendo connotata, fin dalla sua origine, da interessi pubblicistici, non diversamente dalla proprietà storico-artistica, paesaggistica, oggetto dell’attività di bonifica ecc.
Alberto Abrami

Lascia un commento