
di Beda Romano*
Il Lu Bo Lang, situato a Shanghai nel Giardino del Mandarino Yu, è uno dei più rinomati ristoranti della capitale economica cinese. Occupa un intero padiglione con vista sul celebre Ponte delle Nove Curve. La rampa di scale che porta al piano superiore è tappezzata di foto. Le immagini celebrano le molte personalità internazionali che sono state accolte nel corso degli anni. Tra queste, molti tedeschi. D’altro canto, la Cina è stata negli ultimi due decenni una delle mete più frequenti dell’establishment berlinese. Da cancelliere, Gerhard Schröder visitò il Paese sei volte in sette anni. La sua rivale Angela Merkel non è stata da meno. Si recò in Cina dodici volte in sedici anni.
La Germania di allora cavalcava il mercantilismo. Oggi sta valutando una sorprendente svolta protezionistica.
Industria: i nuovi rapporti di forza
La profonda crisi in cui versa oggi la Repubblica federale ha ormai una doppia connotazione economica, oltre a quella politica e militare dettata dal graduale disimpegno americano dal teatro europeo. Il Paese non ha solo perso gli approvvigionamenti russi in energia. Sta anche facendo i conti con la straordinaria concorrenza cinese. Negli ultimi anni il Paese asiatico ha cambiato marcia. Non è più solo un polo manifatturiero di merci europee per il mercato interno e un assemblatore di prodotti occidentali per i mercati internazionali. È diventato un grande esportatore di prodotti cinesi. Il caso dell’automobile è quello più noto. Gli esperti stimavano che il Paese avrebbe esportato 10 milioni di veicoli a quattro ruote alla fine del decennio, ma Il livello dovrebbe essere raggiunto già nel 2026. Il surplus commerciale della Cina nei confronti dell’Unione europea ha ripreso a crescere a tassi a doppia cifra e nei primi sei mesi del 2026 l’attivo nello scambio di beni è salito del 24% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Negli ultimi vent’anni anche il peso cinese nell’economia tedesca è aumentato gradualmente. Lo stock di investimenti diretti accumulati dalle imprese tedesche nel Paese asiatico è passato da 25 miliardi di euro nel 2005 ai 110 miliardi di euro nel 2024. Negli ultimi due decenni le aziende tedesche hanno investito in Cina come non mai, costruendo stabilimenti produttivi, acquistando imprese locali, firmando joint venture. Hanno partecipato con successo alla rapida modernizzazione cinese. Nel contempo, però, hanno trasferito competenze e know-how a un Paese che oggi non esita a sussidiare le sue esportazioni, a tutto danno dei concorrenti europei, come racconta Dan Wang in “Breakneck”.
Gli ultimi dati dell’Ufficio federale di statistica di Wiesbaden lasciano con il fiato sospeso. Nel 2025 l’export cinese verso la Germania è salito a 170,6 miliardi di euro, mentre viceversa l’export tedesco verso la Cina è sceso a 81,3 miliardi di euro. Secondo l’associazione imprenditoriale che raggruppa i produttori di macchine utensili VDMA, le aziende cinesi controllano ormai un terzo della produzione mondiale nel settore dell’ingegneria meccanica. La Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito liberale FDP, osservava di recente che per quanto riguarda alcune materie prime particolarmente utili all’industria, come il magnesio, la quota cinese sulle importazioni tedesche è passata dal 79,1% nel 2023 all’84,5% nel 2025. Per il gallio, l’incremento è stato dal 28,9 al 47,4%.
Una risposta europea?
Incredibilmente, ancora una volta, la Germania deve fare i conti con una nuova e pericolosa dipendenza, questa volta non più sul fronte dell’ombrello militare americano o dell’energia russa a buon mercato, ma nei confronti dell’economia cinese, che per anni senza colpo ferire ha assorbito le esportazioni tedesche, rivelandosi oggi una terribile concorrente.
Certo, la rivelazione nasconde un incredibile paradosso per un Paese ossessionato dai pericoli futuri, dalla paura di mettere a repentaglio la propria prosperità, dai timori nell’affrontare l’ignoto. La Germania è restia ad accettare nuovo debito in comune a livello europeo e frena all’idea di aumentare il bilancio comunitario. Nei due casi per paura di pagare per altri. Ma, nel contempo, accetta, con una buona dose di ingenuità, il consolidarsi di pericolose dipendenze politiche ed economiche con potenze – gli Stati Uniti, la Russia, la Cina – con i quali non condivide la stessa Schicksalsgemeinschaft, la stessa comunità di destino che caratterizza bon gré mal gré il suo rapporto con i vicini europei. La contraddizione salta agli occhi. Che sia la mera avidità il motore psicologico di un Paese che, dopo gli orrori del nazismo, ha fatto della prosperità economica il metro di giudizio della sua legittimazione politica sulla scena internazionale?
Si discute a livello europeo di come contrastare la straordinaria concorrenza cinese. Al Consiglio europeo dello scorso giugno i capi di Stato e di governo dell’UE hanno deciso di dialogare con Pechino per trovare una soluzione diplomatica. Al tempo stesso, hanno chiesto alla Commissione europea di mettere a punto nuovi strumenti economici e commerciali più incisivi per indurre le autorità cinesi a un comportamento più leale nei confronti della concorrenza comunitaria. Il cursore tra dialogo e interventismo, tra compromesso e protezionismo si sta gradualmente spostando. In che misura e con quale velocità dipenderà soprattutto dalle scelte di Berlino, oltre che di Pechino. Nonostante tutto, ancora nel 2025 le imprese tedesche hanno investito in Cina sette miliardi di euro, secondo il centro studi IW di Colonia.
Conosciamo le difficoltà politiche del governo Merz, stretto a destra e a sinistra da forze politiche radicali. Sappiamo altresì che la coalizione al potere ha una maggioranza risicata al Bundestag. L’incertezza politica provoca pericolosi tentennamenti. O peggio, induce a scelte unilaterali. Nello stesso modo in cui le imprese tedesche continuano a investire nonostante tutto in Cina, nella speranza di strappare nuovi affari ma venendo meno alla strategia europea del de-risking, in questi mesi il governo Merz ha giocato troppo spesso da sé. Sul fronte ucraino, ha tentato di imporre la confisca tout court degli attivi russi per finanziare la guerra di Kiev contro Mosca, senza peraltro convincere i propri partner. Sul fronte dell’allargamento, ha proposto all’Ucraina lo status di membro associato dell’Unione europea, senza consultarsi con i propri vicini. Sul fronte militare, dichiara pubblicamente di voler creare il più importante esercito convenzionale d’Europa, senza interrogarsi sulle preoccupazioni che potrebbe provocare tra gli Stati membri dell’UE.
Insomma, c’è la tentazione molto tedesca di fare da sé, di pensare che lo strumento comunitario limiti i margini di manovra del Paese e impedisca alla Germania di volare con le proprie ali. Come non ricordare che negli anni Novanta l’allora cancelliere Helmut Kohl rifiutò la mano tesa della Commissione Delors di finanziare con denaro comunitario il processo di unificazione tedesca?
Ma i tempi, da allora, sono cambiati. Il mondo è assai più incerto e pericoloso, e soprattutto l’integrazione europea ha fatto passi avanti notevoli. Più di prima l’UE è una comunità di Stati basata su comuni interessi e crescenti interdipendenze. Non per altro il concetto di autonomia strategica e di sovranità europea è ormai accettato da tutti, anche dalla Germania. In ottobre il commissario europeo per il Commercio e la Sicurezza economica, lo slovacco Maroš Šefčovič, dovrebbe recarsi a Pechino per colloqui con i suoi omologhi cinesi. Sarà l’occasione di capire se il dialogo propugnato dalla Germania avrà sortito effetti o se bisognerà optare per scelte più protezionistiche, mettendo definitivamente in soffitta la strategia mercantilista perseguita da Schröder e Merkel nel Lu Bo Lang di Shanghai.
La questione cinese, e il modo in cui verrà affrontata, sarà una cartina di tornasole per capire il futuro della Germania e dell’Europa, non fosse altro perché sta mettendo drammaticamente in discussione il modello economico. La stessa associazione imprenditoriale BDI ha stimato che negli ultimi due–tre anni lo svantaggio tedesco in termini di costi rispetto ai produttori cinesi è salito al 40%. Di recente, un esponente della coalizione di governo, il deputato democristiano e specialista della Cina Johannes Volkmann, ha affermato: “Non possiamo ridurre la burocrazia, abbassare le tasse e riformare i costi accessori in misura tale da compensare sul piano politico interno il vantaggio cinese”. Ha quindi chiesto formalmente dazi europei contro le merci cinesi.
Beda Romano
*Istituto Ispi

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