
Gentile Presidente Rossi,
ho letto il Suo editoriale e Le riconosco una qualità: la passione civile. Ma la passione, quando non è sorretta da precisione, diventa arma spuntata.
Lei scrive che Israele “sta commettendo un genocidio”. La Corte Internazionale di Giustizia, però, non lo ha detto: ha imposto misure cautelari, non una condanna. La differenza è sostanza, non forma.
Il genocidio non è uno slogan ma un concetto giuridico che richiede una prova: l’intento di distruggere un popolo.
Israele combatte Hamas, non annuncia la distruzione dei palestinesi. È tragico, sì. È devastante, senza dubbio. Ma non basta per invocare la parola più grave del diritto internazionale.
La “legge Moro” che Lei cita, e che punisce anche la collaborazione al genocidio è una norma che recepisce la Convenzione ONU e ne condivide i criteri rigorosi. Applicarla in automatico a Israele significa svuotare il concetto stesso di genocidio, trasformandolo in un’etichetta politica.
Io credo che la politica italiana debba chiedere ad Israele il massimo rispetto del diritto umanitario, protezione dei civili, proporzionalità. Ma credo anche che chi grida “genocidio” senza una sentenza lo faccia più per ideologia che per giustizia. E chi confonde l’ideologia con la giustizia non aiuta né Gaza né Israele.
Con rispetto.
Niko Kir

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