A tre anni da ‘piombo fuso’, dopo i razzi, le bombe e i morti, una tregua subita da Netanyahu.

Era l’occasione, per il governo centrista di Olmert, alla vigilia di una nuova prova elettorale, di “regolare i conti” con la stessa Hamas, distruggendola politicamente o quanto meno neutralizzandola militarmente. Di qui la decisione di invadere, dopo circa una settimana di intensi bombardamenti. Il conflitto si protrasse per altre settimane, nella totale passività della collettività internazionale, e si concluse, per decisione unilaterale del governo di Gerusalemme, dopo aver causato ben oltre mille morti e ingentissime distruzioni. Ma senza aver distrutto Hamas e il suo apparato. Qualche tempo dopo, il governo Olmert fu sconfitto alle elezioni dalla destra, con la formazione di un nuovo esecutivo con i rappresentanti della destra più estrema.
Verso la fine del 2012, non solo il sud del paese ma anche le grandi città israeliane, sono sotto (reale e potenziale) attacco da parte di razzi di media gittata di cui, nel frattempo, Hamas aveva acquisito la disponibilità. E, al governo c’è Netanyahu. Pure la reazione è molto più limitata. Una settimana circa di bombardamenti. Un numero di morti dieci volte inferiore a quello di allora. E poi una tregua, che formalmente e sostanzialmente non ha nulla di unilaterale, essendo scaturita da un accordo di cui l’Egitto (e l’Egitto dei Fratelli Musulmani) è protagonista e garante, ma cui hanno concorso, in qualità diverse, Stati Uniti, Emirati del Golfo e la Turchia, e che implica un “dare e avere” preciso (fine del lancio di razzi certo, ma anche apertura “garantita”della striscia e fine degli omicidi mirati). Un accordo che ha lasciato perplessa (a dir poco) l’opinione pubblica israeliana, ma che non sembra pregiudicare le chance dell’opposizione di tornare al potere dopo le prossime elezioni, e sulla prospettiva della ripresa del dialogo con l’Autorità palestinese.
Due crisi, dunque, gestite e concluse in modo radicalmente diverso. E, allora, cos’è cambiato in questi tra anni?
È cambiato moltissimo: nei rapporti tra Stati Uniti e Israele come nel mondo arabo, in Israele come all’interno del movimento palestinese.
Così Netanyahu aveva giocato tutte le sue carte prima sulla neutralizzazione dell’iniziativa di pace americana e poi sulla sconfitta di Obama reo di avere “abbandonato Israele”; ma il presidente è stato rieletto e, ciò che più conta, con il consenso del 70% degli ebrei americani, conseguentemente oggi è Washington ad essere molto più libera da condizionamenti mentre è il premier israeliano a essere sotto scacco. Si aggiunga, a completare il quadro, che quest’ultimo è un cinico uomo di potere, ma non un fanatico, insomma uno che capisce a volo il vento che tira e si adegua.
Ancora, a nord e a sud del Mediterraneo, abbiamo ora delle democrazie, rette da coalizioni guidate dall’islamismo moderato. Ora, democrazia significa conflitto e disordine, ma anche articolazione e mediazione, e ricerca costante di consenso e di legittimazione. In quanto all’islamismo moderato, i suoi esponenti sanno benissimo di essere antagonisti rispetto al movimento radicale, che si tratti di radicalismo sunnita o sciita. E sanno anche di avere assoluto bisogno del concorso dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare ai fini della loro legittimazione interna. Così il presidente egiziano Morsi figura non solo come promotore, ma anche come garante dell’accordo di tregua, e Il Cairo torna ad essere dopo tanti anni un crocevia diplomatico insostituibile mentre il Qatar, con i suoi 400 milioni di petrodollari, entra in forze a Gaza in concorrenza ostile con un Iran fornitore di armi e di slogan rivoluzionari.
In Israele, sembra maturare un processo di revisione. Non siamo ancora al rilancio del tema del dialogo e della pace, per la maggioranza degli israeliani i palestinesi – o almeno quelli dei territori occupati non sono più una minaccia, ma nemmeno un’opportunità, e quindi non costituiscono un problema. Siamo però alla consapevolezza che Israele non può più risolvere i suoi problemi da solo o con il semplice uso della sua forza militare preponderante, e che quindi ha più che mai bisogno della collettività internazionale e della politica. Per la stessa collettività internazionale una nuova opportunità.
Nel movimento palestinese, l’effetto netto delle recenti vicende è stato quello di rafforzare la componente radicale a danno di quella moderata, la prima “riconosciuta” a vari livelli, la seconda ignorata e snobbata anche nelle sue richieste puramente simboliche. Una strategia probabilmente pagante in prospettiva con la confluenza di Hamas su posizioni moderate, ma che comporta, nell’immediato, la destabilizzazione dell’Autorità palestinese. Di qui l’urgenza assoluta di un accordo di governo tra Cisgiordania e Gaza, non foss’altro per garantire le condizioni di base per la riapertura del dialogo con Israele, e per togliere a quest’ultimo l’unica ragione fondata per rifiutarlo…

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