
La decisione di Israele di occupare Gaza non nasce da ambizioni territoriali, ma dalla consapevolezza che nessuna tregua potrà essere reale finché Hamas resterà in grado di colpire. Dopo anni di attacchi, missili e attentati culminati con il tentativo ideologico di genocidio del 7/10/23, la leadership israeliana ha capito che lasciare la Striscia nelle mani di un’organizzazione terroristica equivale a garantire che il ciclo di violenza si ripeta a breve. L’occupazione è quindi vista come una misura necessaria per smantellare, pezzo per pezzo, l’apparato militare e politico che ha trasformato Gaza in una base armata.
La strategia oggi si gioca su tre assi: annientare l’ala jihadista di Hamas, impedire in modo strutturale qualsiasi riarmo e concordare con la coalizione araba una nuova governance della Striscia. Non si tratta di mera rappresaglia militare, ma di una ristrutturazione profonda dell’area che tolga ossigeno all’estremismo e apra spazi a una convivenza possibile.
Sul piano operativo, l’obiettivo è smantellare la rete militare e logistica di Hamas in maniera capillare, eliminando depositi, tunnel e comandi. Nessun corridoio per il contrabbando, nessuna finestra per il riarmo, nessuna tolleranza verso la ricostruzione di un esercito terrorista. Parallelamente, si discute con partner come Egitto, Emirati, Arabia Saudita e Giordania di un progetto di amministrazione transitoria, con controllo misto arabo-internazionale, che possa garantire sicurezza e avviare un processo di rieducazione alla pace e alla cooperazione economica.
Per blindare il futuro, Israele intende mantenere un sistema di sorveglianza permanente lungo confini e coste, con droni, pattugliamenti marittimi e monitoraggio elettronico di ogni infrastruttura strategica. Ogni movimento di armi dovrà essere intercettato prima ancora che entri nella Striscia. Le ricostruzioni edilizie saranno controllate, i porti e i valichi commerciali sottoposti a ispezioni costanti, le comunicazioni monitorate per intercettare tentativi di ricostituire le reti militari.
Il punto cruciale è la consapevolezza che due milioni di abitanti di Gaza sono oggi ostaggio di un’ideologia di morte, alimentata per decenni da propaganda, fondi esteri e potere militare. Se non si spezza questo meccanismo, la spirale ricomincerà entro pochi anni. La pace non si regala: si costruisce, si difende e si educa.
La fine della guerra, per logica e per giustizia, passa solo attraverso la cancellazione di chi ha fatto dell’odio la propria ragione d’esistere e la costruzione di un ordine nuovo, sicuro e stabile.
Perché non ci sarà un’altra occasione.
Piero Terracina

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