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Gaza, 600 giorni di guerra

Dopo 600 giorni di guerra, Gaza è una landa desolata e Israele è sempre più isolato. Ma senza un il cessate il fuoco ogni tentativo di dialogo approderà ad un vicolo cieco.

di Alessia De Luca | 29 Maggio 2025

Seicento giorni di guerra e nessuna pace in vista. È una ricorrenza dolente quella che ricorre oggi: l’attacco del 7 ottobre 2023 – nel quale i miliziani di Hamas uccisero 1200 persone e ne rapirono 251 – ha innescato una crisi senza precedenti nel conflitto israelo-palestinese e segnato uno spartiacque per l’intero Medio oriente. La risposta israeliana ha spazzato via l’intero gruppo dirigente di Hamas, ma nella guerra alla Striscia hanno perso la vita almeno 54mila palestinesi, tra cui oltre 20mila bambini. Oggi, Gaza è una landa desolata su cui aleggia lo spettro di quella che sempre più osservatori internazionali considerano una pulizia etnica, mentre Israele è sempre più visto come uno Stato paria, i cui vertici sono ricercati dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. I massacri di civili e i raid su scuole, campi profughi e ospedali – documentati dagli stessi palestinesi e dalla stampa locale decimata negli attacchi, mentre ai giornalisti internazionali è vietato l’ingresso nell’enclave – si susseguono con cadenza quotidiana sotto gli occhi sempre più indignati dell’opinione pubblica internazionale. La popolazione palestinese è soggetta a un embargo totale, che ha sollevato nei confronti di Tel Aviv l’accusa di utilizzare la fame come arma di guerra. E mentre i tentativi di mediazione per un cessate il fuoco che sembra non arrivare mai falliscono uno dopo l’altro, il conflitto lacera dall’interno anche lo Stato ebraico: i familiari degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas accusano il governo di volere una guerra “senza fine” per proprio tornaconto, mentre anche tra le fila dei politici di destra monta il dissenso. Ehud Olmert, premier israeliano dal 2006 al 2009, ha denunciato su Haaretz che “il governo di Israele sta conducendo al momento una guerra senza scopo, senza obiettivi o una chiara pianificazione, e con nessuna possibilità di successo”, accusando quella che definisce “la banda criminale guidata da Benjamin Netanyahu” di “una guerra privata” e di “crimini di guerra” il cui risultato immediato è “la trasformazione di Gaza in un’area di disastro umanitario”.

Palestinesi chiusi nelle gabbie?

Le parole di Olmert ben riflettono gli eventi delle ultime ore. Ieri, a Gaza, soldati israeliani avrebbero sparato colpi di avvertimento contro una folla di migliaia di palestinesi affamati, mentre un gruppo di ex contractor inviato dal governo di Tel Aviv per distribuire aiuti ha perso il controllo delle operazioni in un contesto reso drammatico da oltre 11 settimane di assedio totale. Centinaia di migliaia di persone hanno attraversato le linee militari israeliane per raggiungere gli unici centri di distribuzione a Rafah nel sud della Striscia. Ma la controversa Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’organizzazione privata dai contorni opachi, incaricata di distribuire gli aiuti, è stata costretta a sospendere l’operazione. Si sono uditi colpi di armi da fuoco, e secondo Associated Press un elicottero militare ha lanciato razzi nei pressi della folla. Almeno tre palestinesi feriti sono stati portati via dalla scena, uno dei quali sanguinante per una ferita alla gamba. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver sparato “colpi di avvertimento” nei pressi del complesso per ripristinare il controllo. Le immagini condivise sui social media mostrano persone in coda tra reticolati parzialmente abbattuti e gente che si precipitava in un campo aperto dove erano presenti delle scatole.

I timori dell’Onu si sono realizzati?

Le immagini in rete hanno confermato i timori sollevati in più occasioni nelle scorse settimane dalle Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie che si erano rifiutate di collaborare con il GHF, sostenendo che ciò avrebbe compromesso i valori fondamentali dell’assistenza umanitaria e messo a rischio i loro operatori e i destinatari degli aiuti. L’Onu aveva anche avvertito del rischio che il gruppo, senza esperienza pregressa nella gestione di situazioni umanitarie complesse, non sarebbe stato in grado di garantire la logistica necessaria a sfamare più di 2 milioni di persone in una zona di combattimento devastata. Ad aggiungere incertezza, poche ore prima dell’avvio dell’operazione, era stata la decisione del direttore e fondatore dell’organizzazione, Jake Wood, di dimettersi, affermando che non sarebbe stato possibile per il gruppo fornire aiuti “rispettando rigorosamente i principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”. Le scene di folle disperate che accorrono per ricevere aiuti sono “strazianti”, ha commentato oggi il portavoce delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric, soprattutto quando l’Onu e i partner hanno un “piano dettagliato, basato su principi e operativamente valido” per far arrivare gli aiuti alla popolazione della Striscia. “Continuiamo a sottolineare che un significativo potenziamento delle operazioni umanitarie è essenziale per scongiurare la carestia e soddisfare i bisogni di tutti i civili, ovunque si trovino”, ha aggiunto.

Colloqui a un vicolo cieco?

Ma mentre montano i toni della condanna internazionale per i bombardamenti indiscriminati su una popolazione civile assediata e allo stremo, dagli Stati Uniti arriva netta la presa di posizione a favore del governo di Benjamin Netanyahu. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha affermato che “non c’è differenza tra antisemitismo e antisionismo” e che gli Stati Uniti “stanno chiedendo conto alle organizzazioni internazionali e a diversi Paesi della loro retorica anti-israeliana”. Il capo della diplomazia Usa ha rivendicato la decisione dell’amministrazione di sospendere il rilascio di visti agli studenti internazionali fino a nuovo ordine “per impedire ai cittadini stranieri di entrare negli Stati Uniti ad esprimere odio contro gli ebrei”. Anche se diversi segnali nelle ultime settimane avevano suggerito una certa ‘freddezza’ nelle relazioni tra Donald Trump e Netanyahu, finora Washington non ha esercitato sull’alleato mediorientale la pressione necessaria a ottenere la fine della guerra. Anche per questo sul fronte politico si avverte forte l’impressione di déjà vu: esattamente come accadeva con Joe Biden, e i suoi collaboratori anche l’amministrazione americana di Trump afferma di voler porre fine alla guerra e di stare lavorando a un accordo. Ma oggi, la questione dirimente resta il cessate il fuoco senza il quale ogni tentativo di pace approderà ad un vicolo cieco. Quando ciò accadrà, un accordo per porre fine alla guerra, riportare indietro gli ostaggi, sostituire Hamas con un governo palestinese diverso e promuovere una nuova era di accordi di normalizzazione tra Israele e paesi arabi diventerà possibile. Fino al allora, Gaza, Israele e l’intero Medio Oriente resteranno bloccati in un ciclo uguale a sé stesso da 600 giorni.

Il commento

di Erwin van Ween, Clingendael’s Conflict Research Unit (CRU)

“È ormai evidente che il governo israeliano è impegnato in una campagna di distruzione e trasferimento forzato della popolazione che potrebbe culminare nella pulizia etnica dei palestinesi di Gaza e nel suo parziale o totale ripopolamento da parte di ebrei israeliani. Israele utilizza tattiche che vanno dalla fame, alla forza militare massiccia contro i civili, sino a una retorica disumanizzante e a metodi da “terra bruciata” per raggiungere questo obiettivo. […] Il criterio decisivo per il successo della campagna israeliana di trasferimento forzato della popolazione gazawi non è tanto il sostegno americano a un piano distopico come quello della “Riviera di Gaza”, ma fino a che punto altri paesi siano disposti a diventare complici delle pratiche israeliane accettando rifugiati palestinesi, e fino a dove Israele abbia intenzione di spingersi per costringere i palestinesi ad andarsene. (Continua a leggere)”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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