
Un ministro della Giustizia, forse pensando al delitto di Garlasco e ai suoi infiniti colpi di scena, ha detto che “a volte bisogna avere il coraggio di arrendersi e lasciare la verità agli storici”. Parole amare, ma anche lucide. Come se ammettere il limite della giustizia in certi casi fosse l’unico modo per restare onesti. Eppure la storia di Garlasco, con le sue ombre e le sue riaperture sembra fatta apposta per mettere alla prova la pazienza di un Paese intero. Tra esperti improvvisati, plastici televisivi e talk show che si nutrono di misteri irrisolti, la vicenda è diventata un racconto mediatico senza fine. Ogni stagione riprende da dove si era interrotta, con nuovi sospetti, nuovi indizi e le stesse facce di sempre a commentarli. La cronaca nera si è trasformata in intrattenimento, e ogni verità, anche la più fragile, diventa spettacolo. Mentre i tribunali oscillano tra assoluzioni e nuove accuse, la verità sembra perdersi tra un salotto televisivo e l’altro, tra chi giura di sapere e chi finge di capire. Nel frattempo il tempo scorre, i protagonisti invecchiano, e la giustizia continua a riformarsi su se stessa come un serpente che si morde la coda. C’è chi critica il ministro per le sue parole, ma almeno ha avuto il coraggio di dirle. Forse non è solo lui a essere stanco di una giustizia che apre e richiude processi come porte girevoli. Forse in molti, davanti a storie come questa, si chiedono se il sistema non abbia smarrito la bussola, troppo impegnato a giustificarsi per ricordare il proprio scopo: accertare la verità e dare pace a chi l’ha perduta. Qualcuno, con un pizzico di sarcasmo, suggerisce di affidare l’indagine definitiva a “Porta a Porta”. In fondo Bruno Vespa con i suoi plastici e la sua pazienza ha seguito ogni sviluppo più di chiunque altro. Chissà che non riesca davvero a trovare quel dettaglio che manca ai tribunali. E magari con l’aiuto del pubblico arrivare ad una conclusione più condivisa di qualsiasi sentenza. Ma al di là dell’ironia resta una domanda: che giustizia è quella che assolve, poi ci ripensa, riapre e richiude? Forse il ministro ha ragione. Forse in certi casi la verità non appartiene più ai giudici ma al tempo e agli storici che sapranno guardare indietro senza l’eco dei talk show. Perché certe storie, come quella di Garlasco, finiscono per dirci più sul nostro modo di giudicare che sui delitti stessi. E allora sì, lasciamo pure la verità agli storici, purché almeno impariamo a non scambiarla più con lo share televisivo.
Angelo Santoro

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