Frequentando voi umani, ho capito che per voi ci sono momenti in cui nulla conta più di quella grattatina alla schiena che (lui) ti fa prima di dormire.
Quando è bello (o non sai cosa sia) allora è jazz.
È jazz quando (lui) ti stringe tra le braccia su un vecchio dondolo in un giardino bagnato. È jazz quando ti sussurra amore nell’orecchio. È jazz quando lo guardi e capisci che (lui) è davvero con te. È jazz quando ascolti note allo Smalls Jazz Club o al Terra Blues di Greenwich Village, nella grande (grandissima) Mela.
Sono jazz quelle dita meravigliose, leggerissime, accarezzevoli, ritmate, sapienti. Sperimentazioni dei sensi che lasciano sulla pelle le vibrazioni di un’arte senza più segreti.
Porti ancora vestiti da ufficio, una ventiquattrore carica di documenti (lì, accanto a te) e sai bene che t’aspetta una sveglia pronta a suonare all’alba del giorno dopo, ma non conta.
Ora, adesso (era) jazz. Fino alle quattro di mattina ascolti quelle dita meravigliose, leggerissime. Accarezzevoli. Ritmate su un pianoforte.
Frequentando voi umani, ho capito che per voi ci sono momenti in cui nulla conta più di quella grattatina alla schiena che (lui) ti fa prima di dormire: unghie rasoio che (di traverso) strusciano dal collo al fondo schiena tirandoti fuori un brivido abbandonato. Nulla conta più di quel sorso di caffè all’alba di una giornata di sole in montagna. Nulla conta più del primo bacio che ti da dopo averti fatta ballare lentamente sulle note di Natalie Cole. Frequentando voi umani, ho capito che i vostri corpi sono fatti per sentire, e sentire serve a volare. Vivete poco (se vi va bene, ottanta orbite del vostro pianetino), eppure, riuscite a provare secoli di emozioni.
Ho vissuto le mie novanta ore newyorkesi dimenticando che vengo da Bruz-Bruz (il mio pianeta, cosi diverso dal vostro). Ho fatto il mio lavoro di giovane terrestre con l’ansia, la forza e la nevrile rapidità di un’americana (un ritmo che adoro). Poi, ho passato le serate nei locali jazz di Greenwich Village per farmi secoli di emozioni.
Sono tornata volando sopra il vostro oceano. L’ho fatto ridendo con un signore (che aveva fatto buoni affari) e scherzando con un’assistente di volo in vena di racconti. Ho dormito sbracata come una bambina in una classe lussuosa che avrei prenotata tutta per me attribuendomi i diritti di sonno sul pavimento, come in campeggio.
All’arrivo, avrei lanciato gonna e scarpe diritto fuori dal finestrino ed avrei rubato infradito e bermuda ad una canadese di passaggio.
Ora rientro verso casa con l’idea di una doccia, d’infilarmi il mio pigiamone lungo, staccare il telefono e dormire. Eppure, viaggio con il jazz ancora nelle orecchie, sognando quelle dita meravigliose, leggerissime. Accarezzevoli. Ritmate. Sapienti. Vorrei una tastiera lungo tutta la mia schiena.
Frequentando voi umani ho capito che non avete le rotelle al posto giusto, ma ho capito anche che, quando volete, sapete godervi la vostra esile esistenza concedendovi emozioni che in poche parti della galassia si provano.
Vi adoro, umani. Di qualsiasi colore, sesso, etnia voi siate, siete tutti irrimediabilmente sexy (almeno per noi di Bruz-Bruz). Godetevi il jazz e la vostra terra senza farvi (fisicamente) del male (perché siete piuttosto gracilini). Litigate e fate la pace, stuzzicatevi e ridete, ma amatevi (non faccio che ripetervi parole di uno che cantava rhythm and blues). Ora che il vostro involucro è bello integro (prima che cominci a deteriorarsi irrimediabilmente), dateci dentro!
“Peace and long life”, my friends. Over and out, Flo.

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