
“Non aspettatevi grandi avvenimenti dalle cose che andrò raccontando, fulminanti colpi di scena come agnizioni improvvise o finali drammatici o misteri iniziali che poi, a poco a poco, logicamente sgretolati dalle deduzioni di un abile investigatore, si dipanano e si mostrano in tutta la loro enigmatica chiarezza” ci avverte Francesco Guccini, in apertura della prima delle tre storie parallele (o quasi) che compongono il suo nuovo libro Tre cene. L’ultima invero è un pranzo, Giunti Editore 2021
L’autore annuncia che “è semplicemente la storia di una cena, e di alcuni amici; una storia di quelle quasi come le favole che ci raccontavano da piccoli, già sentita tante volte ma che amavamo ci raccontassero ancora e ancora, per il solo piacere di stare lì ad ascoltare…”
E’ proprio questo il fascino, anzi l’incanto di un libro scritto con quel gusto della parola di cui Guccini è maestro. Proprio il fatto che non si raccontino eventi éclatanti tali ida focalizzare l’attenzione del lettore decolorando tutto il resto, consente di gustare atmosfere di altri tempi che fanno parte dei nostri ricordi o , per quanto riguarda la cena degli anni ‘30 ,il ricordo dei racconti dei nostri genitori o dei nostri nonni. Ma in modo metatemporale questi tre racconti appaiono anche metafora della vita.
E così, accompagnati dalla voce narrante del cantautore , seguiamo gli amici protagonisti del primo racconto in una notte d’inverno, mentre cade la neve, fino alla prima delle locande dove trascorreranno una notte di buon cibo e molto vino, di risate; una di quelle notti in cui l’amicizia e la sazietà aiutano a non ascoltare i presagi della vita che corre.
Le neve, il buio, quel buio che solo in montagna si può percepite appieno offrono una location suggestiva e mi ricordano alcuni versi di Natale a Pavana: “ Ehi, notte, che improvvisa sei discesa / Felina e silenziosa, come il lupo”.
Questa prima cena ha luogo negli anni tra la due guerre mondiali nell’Appennino tra Bologna e Pistoia, la successiva ci racconta lo stesso mondo negli anni ’70. L’ultima – che non è in realtà una cena, bensì un pranzo di mezza estate che si protrae fino a un grande falò notturno – si svolge nel giorno di un’eclissi di sole.
Dai poveri anni Trenta alla disillusa fine del Novecento, passando dalle speranze della modernizzazione che segnò gli anni ’60 e ‘70, nelle tre compagnie di amici che si avvicendano, nei loro scherzi, nelle loro sbronze, nei cibi che scelgono di mangiare ritroviamo il sapore del nostro passato e rileggiamo noi stessi con divertimento e malinconia. Francesco Guccini unisce tre storie che sembrano diventare una sola.
Se la prima cena ha la suggestione quasi epica di un tempo perduto la seconda è forse il momento clou del libro perché comprende quei contraddittori anni ’70 che segnano un nuovo cambio d’epoca mischiando speranze e delusioni e possiamo addirittura “giocare” a intersecare il racconto con alcuni celebri brani del grande cantautore (Eskimo, Incontro, Le osterie di fuori porta tanto per citarne solo alcuni).
Molte le suggestioni di questo libro. Quella dell’Appennino tosco emiliano che non ha ovviamente la maestosità delle Alpi (Guccini lo sottolinea in modo icastico ) ma con i suoi boschi, i suoi torrenti, gli antichi borghi ha un fascino particolare specie nelle aree di confine fra le due regioni dove usanze, tradizioni si sovrappongono. E Pavana all’estremo nord del Comune di Sambuca pistoiese è una sorta di enclave toscano incuneato nel territorio emiliano.
Ma ancora di più le vicende umane che come la madeleine di Proust fanno emergere il ricordo e le correlate sensazioni ed emozioni. Tre incontri conviviali dove si racconta, si scherza, si fa onore a cibi prelibati dai crostini alla polenta, ai maccheroni e dove il vino è sempre protagonista.
E nel frattempo si narrano le storie dei personaggi che ci portano nell’Italia fra le due guerre, nelle feste paesane con tanto di albero della cuccagna, nella tragedia dell’ Armir e dei dispersi in Russia.
Guccini scrittore, come Guccini autore di canzoni ha una straordinaria capacità maieutica. Con immagini vivide talvolta racchiuse in una sola parola crea, situazioni e atmosfere.
La seconda cena è altrettanto densa di emozioni e di sentimenti. Scherzi e facezie, segnano l’ottimismo che dopo gli anni del così detto miracolo economico sottolineano l’uscita dell’Italia da una endemica penuria e preannunciano una stagione nuova. Ci sono battute tra comunisti e democristiani, ( avversari politici ma senza acrimonia) ricordi della Resistenza, aneddoti. Ma poi si giunge al momento della disillusione e il ricordo di quella serata è all’insegna dell’inesorabile passare del tempo e del disincanto.
E l’Appennino non è un semplice sfondo ma un coprotagonista. Oltre alla dimensione dell’immensità e ai panorami mozzafiato sui due versanti (pensiamo, ad esempio, alla vetta del Cimone dove lo sguardo spazia dalle Alpi all’Umbria o al Libro Aperto) sono i luoghi riposti, i piccoli angoli di mondo il suo incanto .
Questo fascino discreto emerge appieno nell’ultimo episodio della trilogia in un pranzo che dura fina a sera. A Case Bentini una località appartata che i più animosi raggiungono volentieri a piedi .
E’ uno di quei pranzi che nel periodo di Ferragosto sono per me consueti alle Polle di Riolunato, quindi non lontano dai luoghi narrati in questo libro e, non a caso, in questo libro ritrovo la stessa atmosfera: persone che si ritrovano, altre che non conosciamo e che forse non rivedremo più ma che per un momento sono affratellate dalla convivialità.
In questa allegra brigata il cibo è al centro dell’attenzione in un melting pot tosco emiliano
Nel libro di Guccini di parla dei maccheroni sul papero, di cantuccini e vin santo e via dicendo…e naturalmente il bere la fa da padrone… in quell’occasione poi c’era anche l’eclissi a focalizzare l’attenzione, perché non s’insinui la sottile malinconia che si lega ai ricordi. Ma il finale sembra riportarci indietro nel tempo… tout se tient
( E senti voci forse di altra età , F.Guccini, Radici )
Gabriele Parenti

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