
L’inizio della mia amicizia con Francesco Bosi, uomo politico fiorentino scomparso alcuni giorni fa, risale al 1980. E’ l’anno in cui si svolsero le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Firenze. Io entrai a farne parte per la prima volta. Per Francesco si trattava di una conferma perché alle spalle aveva già una legislatura. Per entrambi, secondo le previsioni, confermate dall’esito del voto, si trattava di andare ad occupare due seggi di opposizione: DC lui, PSDI io, che altrimenti mai avrei partecipato alla corsa, ritenendo incompatibile un eventuale ruolo in giunta con il mio impegno di giornalista appassionato del proprio lavoro.
Inaspettatamente, nell’autunno del 1982, fra i due partiti della solida maggioranza di Palazzo Vecchio, PCI e PSI, scoppiò una polemica di non poco conto: riguardava il nuovo carcere di Sollicciano sul quale i socialisti denunciarono aspetti, a loro dire, di scarsa trasparenza sul ruolo di alcuni professionisti legati al partito alleato di giunta. La lite, oltre ogni previsione, sfociò in una crisi della maggioranza non più ricucibile. Non tanto perché il PCI nel ruolo inconsueto di accusato dal PSI sul tema sacro dell’onestà si ritenne in obbligo di mostrare i muscoli. Piuttosto perché all’interno dei due partiti si sommarono conflitti intestini. Dentro il PCI per le ragioni e le ambizioni di chi voleva profittare per sbarazzarsi del sindaco, Elio Gabbuggiani (un galantuomo della migliore tradizione politica come allora fortunatamente esistevano in tutti i partiti). Nel PSI, in piena era craxiana, la disputa era squisitamente politica: tra chi voleva allinearsi con la tendenza nazionale di pentapartito e chi, invece, voleva privilegiare la tradizionale alleanza di sinistra che, del resto era presente in Regione e in quasi tutti i comuni e le province della toscana. Quasi da non credere, ma l’ostilità maggiore al capovolgimento della alleanza i socialisti fiorentini la trovarono proprio in Craxi, che non voleva concedere troppo alla DC, con cui l’alleanza, in fin dei conti sarebbe dovuta, prima o poi, finire a favore dell’alternativa di sinistra una volta che il rapporto di forze tra comunisti e riformisti si fosse ribaltato a favore di questi ultimi, con l’aiuto anche dei partiti laici.
Ci ritrovammo, Francesco Bosi ed io, colleghi in due giunte di pentapartito: l’una presieduta da Alessandro Bonsanti, grandissimo intellettuale del nostro novecento, e Lando Conti, al quale quel ruolo di sindaco sarebbe, poco dopo, costata la vita in seguito ad un vile e feroce attentato delle Brigate rosse. Mi sono dilungato in questi ricordi, e chiedo scusa, per una ragione semplice che Marcello Mancini, già direttore de La Nazione, ha ricordato in un suo post su Facebook: Francesco era molto affezionato a quella esperienza che lo aveva messo in condizione di operare a favore della sua città, Firenze alla quale si sentiva legato da un amore eterno, pari a quello per l’Elba e la cittadina di cui è stato apprezzatissimo sindaco, Rio Marina dove dimora ora per il riposo eterno. Quella grande amicizia che si consolidò nelle due giunte di cui facemmo parte la condividemmo con altri. Soprattutto con gli appartenenti alla generazione dei “quarantenni” di vari partiti fra i quali nacque un legame spontaneo: nutrito di idee, non dalla volontà di formare un patto generazionale per la conquista del potere. Se Francesco era democristiano come Giovanni Pallanti (di poco più giovane) ed io socialdemocratico, Adalberto Scarlino era liberale, Ottaviano Colzi socialista e Lando Conti (di poco più anziano) repubblicano. Francesco si dimostrò uomo di grande equilibrio: assieme a Gianni Conti (altro DC) fondamentale nella tessitura straordinaria che dette solidità ad una alleanza che i quattro piccoli partiti che si unirono alla DC vollero battezzare, con scarsa umiltà, “a centralità laica e socialista”. In effetti una giunta che dette ottimi risultati: l’idea dello sviluppo a nord-ovest di Firenze, il decollo dell’aeroporto di Peretola che pur con i suoi limiti orografici si trovò in breve collegato con le maggiori città europee, ed il completamento del palazzo dello Sport, dovuto proprio alla tenacia e alla abilità di Francesco che ricopriva l’incarico di assessore allo sport. E che in tale veste si guadagnò riconoscimenti e popolarità tali che lo accompagnarono per tutta la vita: addirittura persino nella seconda parte della sua vita politica. Bosi, infatti, fu l’unico di quel gruppo di quarantenni fiorentini degli anni ’80 che ebbe una vita politica anche nella cosiddetta “seconda repubblica” che lo vide tra i fondatori dell’UDC. Con grandi risultati (parlamentare e sottosegretario alla Difesa) ma anche – mi confessava – con grande disagio. Infatti, Francesco era un sincero cristiano e come tale era fortemente impegnato nelle battaglie a favore degli ultimi. Ma era anche convinto che nessuna ragione superiore poteva consentire di mortificare la partecipazione dei cittadini alla democrazia e la loro sovranità. E ancor meno c’erano ragioni di tale importanza da attenuare le ragioni dello Stato di diritto. Condividendo entrambi questi principi, e di tale importanza, è successo a me di partecipare a sue iniziative e a lui di partecipare alle mie. In un paio di occasioni lo ricordo denunciare con termini accorati ma anche, come nel suo stile, composti, “la caduta di qualità” della nostra democrazia. E, ora che non c’è più, quel modo fermo ma anche composto e rispettoso di portare avanti le battaglie politiche provoca in molti di noi un indicibile struggimento.
Nicola Cariglia

FRANCESCO È STATO SINDACO DI RIO MARINA E NON DI CAPOLIVERI ORA RIPOSA NEL COMUNE DI RIO. PAOLO TOGNONI DE PUGI
Caro Paolo Tognoni De Pugi,
hai ragione e chiedo scusa. Ho commesso questo imperdonabile errore di cui porto per intero la responsabilità. Francesco mi avrà parlato della sua attività di Sindaco e, prima ancora delle sue vacanze elbane almeno qualche decina di volte. Succede nella fretta di non ricontrollare quanto si è scritto e succede anche, alla mia età, di confondersi. Ti ringrazio per avere segnalato l’errore che provvederò a correggere.
Ovunque sia che riposi in pace e la terra gli sia lieve. Circondata dal suo mare.