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Florida: le primarie le vince la Democratica Angie Nixon

In Florida è accaduto qualcosa che merita attenzione: Angie Nixon, deputata democratica dello Stato, nera, sindacalista e socialista democratica, ha vinto con il 56% le primarie democratiche per il Senato battendo Alex Vindman, candidato favorito dell’establishment. Stando a quanto si legge, Vindman disponeva di una campagna da circa 16 milioni di dollari mentre Nixon ha raccolto meno di un milione.

di Enrico Rossi | 21 Agosto 2026

In Florida è accaduto qualcosa che merita attenzione: Angie Nixon, deputata democratica dello Stato, nera, sindacalista e socialista democratica, ha vinto con il 56% le primarie democratiche per il Senato battendo Alex Vindman, candidato favorito dell’establishment.

Stando a quanto si legge, Vindman disponeva di una campagna da circa 16 milioni di dollari mentre Nixon ha raccolto meno di un milione.

Lui aveva notorietà nazionale, grandi finanziatori e consulenti. Lei sindacati, associazioni giovanili, comunità nere, militanti e migliaia di persone impegnate sul territorio.

Ha vinto chi aveva molti meno soldi e molta più organizzazione.

Ma soprattutto Nixon non ha cercato il consenso spostandosi verso il centro. Ha proposto un programma che diremmo di classe: sanità universale, salario minimo di 25 dollari, tassazione dei miliardari, diritto alla casa, congelamento degli affitti e una politica critica verso Israele.

È una vittoria della sinistra che si aggiunge ad altre.

Mamdani ha conquistato New York parlando di affitti, trasporti, asili e costo della vita. La sinistra democratica socialista ha ottenuto risultati positivi a Seattle, Washington, Philadelphia, Denver, Detroit, nel Michigan e nel Minnesota. Ci sono state anche sconfitte, naturalmente. Ma ormai è difficile liquidare tutto come una successione di episodi locali.

I Democratic Socialists of America erano meno di cinquemila nel 2015. Oggi sono circa 120 mila iscritti e sono in crescita.

Il socialismo negli Stati Uniti nasce innanzitutto come risposta ai bisogni della vita materiale di larghe masse di lavoratori, dí emarginati e di ceto medio.

Nasce una domanda semplice: com’è possibile che nel Paese più ricco del mondo chi lavora debba avere paura di ammalarsi, non riesca a pagare l’affitto, debba indebitarsi per studiare e lavori sempre di più per vivere sempre peggio?

La destra di Trump ha capito prima dei democratici tradizionali che nella società americana covava una rabbia enorme e ha indicato come responsabili gli immigrati, le minoranze, le élite culturali.

Questa nuova sinistra americana prova a indicarne altri: le grandi multinazionali, i monopoli, le assicurazioni sanitarie, le grandi corporation, i miliardari straricchi e una distribuzione della ricchezza sempre più scandalosa.

Ma c’è un’altra lezione.

La forza di questo movimento non sta soltanto nei candidati e nelle idee, ma anche nell’avere ricominciato a costruire un’organizzazione.

Il porta a porta, i sindacati, le associazioni degli inquilini, i volontari. La politica che torna a essere un impegno collettivo, discussione fra persone, invece di un messaggio elaborato da un consulente e trasmesso attraverso uno schermo o sui social.

Sanders ha restituito dignità alla parola socialismo. Mamdani e i DSA stanno provando a darle organizzazione.

Alexandria Ocasio-Cortez potrebbe dare una dimensione nazionale a questo straordinario fenomeno.

Nel 2028, infatti, avrebbe 39 anni e potrebbe tentare di contendere la candidatura presidenziale all’ala liberale del Partito Democratico.

Non sappiamo se accadrà e tantomeno se potrebbe vincere.

Ma è un’ipotesi che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi assurda e a cui oggi si sta pensando per battere la destra trumpiana. La domanda è: può una socialista democratica conquistare la candidatura del Partito Democratico e quindi la Casa Bianca?

Inevitabilmente, viene da guardare anche a casa nostra.

Il confronto, per la sinistra italiana, non è particolarmente confortante. Negli Stati Uniti, il Paese che aveva trasformato la parola “socialismo” in un’accusa, una nuova generazione torna a pronunciarla apertamente.

In Italia, il Paese che ha avuto una delle sinistre di tradizione socialista e sociale -PCI, PSI e sinistra DC con la dottrina sociale della Chiesa- più forti, popolari e organizzate dell’intero mondo occidentale, quasi nessuno osa più usare quelle parole per identificarsi.

Inoltre, là si fanno primarie vere, combattute, nelle quali si confrontano candidati su programmi e perfino si idee diverse di società.

Da noi le primarie, se si faranno, sembrano servire quasi esclusivamente a scegliere il leader nazionale. Per ritrovare una grande consultazione degli elettori sulla scelta dei candidati al parlamento bisogna tornare ormai a molti anni fa, all’esperienza promossa da Bersani, segretario del PD; era il 2012 per le elezioni del 2013.

Soprattutto resta spesso difficile capire quale sia il progetto della sinistra italiana per il Paese: quale politica per la pace, quale politica economica, quale idea del lavoro, e persino della sanità al di là di lodevoli intenzioni, ma anche della scuola, della transizione ecologica, e infine quale redistribuzione della ricchezza; in definitiva, quale modello di società.

È singolare. Abbiamo alle spalle una storia politica, sociale e culturale che non avrebbe paragoni quasi in nessun altro Paese occidentale e rischiamo di apparire oggi più timidi proprio nelle idee, nella capacità di proporre un progetto di cambiamento.

Non penso però che questa condizione sia destinata a durare.

Esistono energie, associazioni, movimenti, amministratori, giovani e lavoratori che cercano una politica più coraggiosa. Anche all’interno dei grandi partiti, come Pd e M5stelle, non mancano spinte positive e talvolta posizioni coraggiose; mentre AVS prova sempre più ad unire giuste posizioni di sinistra con obiettivi e proposte concrete di governo e politiche unitarie.

Forse si tratta proprio di ricominciare da dove la sinistra americana sembra avere ricominciato: idee chiare, partecipazione, organizzazione, conflitto democratico e fiducia nelle persone.

Io continuo a pensare che possa accadere anche in Italia, e forse prima di quanto immaginiamo, perché anche da noi esiste una domanda profonda di cambiamento che aspetta di incontrare idee forti, un programma, organizzazione e una sinistra capace di tornare ad avere fiducia in se stessa e nel proprio popolo. Una sinistra che sappia essere orgogliosa della propria storia senza rifugiarsi nella nostalgia, trovando proprio da quella il coraggio di immaginare qualcosa di nuovo.

Enrico Rossi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Enrico Rossi

Enrico Rossi è un politico italiano, presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020. È membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) dal 26 gennaio 2015; dall’ottobre 2019 è vicepresidente del gruppo socialista al CoR. Sindaco di Pontedera dal 1990 al 2000, assessore regionale alla Sanità dal 2000 al 2010. Nel 1999 viene chiamato a Roma da Walter Veltroni per assumere l’incarico di vice responsabile nazionale dell’area economica dei Democratici di Sinistra.

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