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Fisco: semplificare non è ancora voltare pagina

di Paolo Marini | 26 Febbraio 2012

Meno tasse, più libertà. 

La tassazione ha natura e valenza di prim’ordine nel rapporto tra Stato e cittadini, oserei affermare: ne è l’architrave. Del resto, in Costituzione, l’art. 53 (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”) è incardinato nel titolo IV della parte I che è intitolata (si perdoni il bisticcio) ai “rapporti politici”. Per Antonio Martino “la fiscalità non è altro che la misura più concreta dell’intrusione del potere politico nella vita privata dei cittadini, della burocratizzazione della società e della politicizzazione della vita”. E non è un caso che sotto il logo del movimento Tea Party Italia sia scritto: “meno tasse, più libertà”. Che, a tutta prima, potrebbe apparire come uno slogan facile, ovvero stupido o semplicemente provocatorio. E lo sarebbe, in effetti, laddove ci si limitasse a chiedere un abbassamento delle aliquote senza preoccuparsi delle implicazioni di questo processo. Chi invoca la diminuzione della pressione fiscale senza porsi il problema di una denazionalizzazione delle funzioni pubbliche e di una liberalizzazione della società e della vita, parte dalla voce “entrate” posponendo quella delle “uscite” e non a caso lascia nel vago la ricetta per tagliare quest’ultime, la vera partita difficile. Dunque propone – con l’inversione logica – una istanza inverosimile e demagogica.

E’ ben chiaro che, all’opposto, il ragionamento deve partire da una revisione organica delle uscite e che a monte di ciò sta il progetto di uno Stato diverso – “forte” poiché “snello”. E ancor prima deve avviarsi però, con le gradualità del caso, quella rivoluzione della cultura e della psicologia collettiva per cui – essendo i cittadini avvezzi ad illudersi che le risorse pubbliche siano infinite e che qualunque problema lo debba risolvere, presto o tardi, lo Stato – il ragionamento viene capovolto: si archivia la logica del possibile – che amplia ad elastico la spesa pubblica di “Pantalone” – in favore di quella dell’indispensabile – dove non un euro di risorse pubbliche sia da spendere oltre quel limite.

Le implicazioni di natura costituzionale di questa impostazione sono state evidenziate da Pascal Salin nel suo impareggiabile La tirannia fiscale: “bisogna togliere ai politici la libertà di stabilire a piacimento le spese pubbliche e le corrispondenti risorse” e privarli dell’alibi della solidarietà per giustificare l’esplosione della spesa. Senza bandire, anzi incoraggiando la solidarietà nel consorzio civile, che è tutt’altra cosa rispetto a quella solidarietà pubblica che Salin definisce “obbligatoria (quindi amorale), incondizionata (quindi immorale) e finanziata con la forza (quindi ingiusta)”.

Nella nostra Costituzione, per l’appunto, non vi è protezione alcuna dall’irresponsabilità della politica.

La riforma fiscale di Monti

Ha ragione Salvatore Padula quando ne Il Sole 24 Ore di mercoledì 22 febbraio, scrivendo del prossimo provvedimento in materia di semplificazione fiscale afferma, sulla base delle indiscrezioni, che in esso “sembra mancare lo spunto di sistema”. Non fa una piega. E siamo certi che, al variare dei provvedimenti, la riforma Monti non potrà avere quel respiro costituzionale (cui forse neppure il citato commentatore si riferiva) che pure sarebbe necessario. Il Governo Monti (sarebbe più corretto dire, forse, questo Governo Monti?) ha una valenza interinale e un mandato non così ampio da permettergli cose più ambiziose. Né possiamo scommettere che – in mancanza di tali limiti – oserebbe di più.

Potremo vedere alleggerito il peso di norme, regimi, procedure, adempimenti e agevolazioni. Ammesso che si tratterà davvero di semplificazione, questo provvedimento non porterà tuttavia la sburocratizzazione della società e la spoliticizzazione della vita. Sarà meglio che niente, sarà il massimo che potrà offrire l’attuale quadro politico: più razionalità, non più libertà.

Pubblicato in : Editoriale

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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