
Il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha recentemente annunciato un giro di vite sulle cosiddette “case fantasma”, quegli immobili allacciati alle utenze ma non registrati né al catasto né presso l’Agenzia delle Entrate. Un problema noto da anni, ma che ora sembra voler essere affrontato con maggiore decisione.
La domanda, però, sorge spontanea: come è possibile che un immobile possa sfuggire ai controlli? Non si tratta forse di una dimostrazione dell’incapacità delle autorità locali di effettuare le verifiche necessarie? Questo episodio evidenzia un problema più ampio: lo Stato sembra incapace di garantire un accordo equo tra i cittadini e il fisco, chiedendo a noi contribuenti di rinunciare a parte della nostra privacy in cambio di una promessa di riduzione delle tasse tramite la lotta all’evasione.
È innegabile che, negli ultimi anni, la tecnologia abbia reso più semplice il dialogo tra contribuenti e autorità fiscali, contribuendo in parte alla riduzione dell’evasione. Tuttavia, la pressione fiscale è rimasta pressoché invariata, oscillando tra il 42% e il 43%, mentre la spesa pubblica continua a crescere. A cosa conduce questo scenario? Semplicemente a nuove e future imposte.
Ma c’è un aspetto che suscita maggiore riflessione: la rinuncia alla privacy, introdotta come strumento per contrastare l’evasione, ha davvero prodotto i risultati sperati? L’Istituto Bruno Leoni, nell’editoriale da cui questo articolo è tratto, sostiene che i benefici sono stati probabilmente esigui, a fronte di uno Stato incapace di disciplinare sia l’uso dei dati personali che la gestione della spesa pubblica. Se il patto con i cittadini è stato infranto, forse sarebbe giusto restituire loro ciò che è stato tolto: la privacy.
Un principio che merita attenzione in un’epoca in cui lo Stato si arroga il diritto di accedere a informazioni sempre più personali, senza però offrire le giuste contropartite. Forse è giunto il momento di chiedere più trasparenza da parte delle istituzioni e maggiore rispetto per le libertà individuali.
L’editoriale completo è disponibile qui.

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