Per chi è nato nel secolo scorso, ammesso che nutra ancora qualche dubbio in proposito, oggi cade definitivamente un ultimo paramento “sacro”, ad oggi l’ultimo “tabù” servito nel corso di quasi due millenni all’uomo per ammantare se stesso, rectius un suo “simile”, di una “natura” che fosse “diversa” e quindi niente affatto “comune”. Dopo le dimissioni da papa, in arte Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger ha concesso una lunga intervista al giornalista tedesco Peter Seewald. Si tratta di vere e proprie, per così dire “confessioni”; raccolte con il titolo Ultime conversazioni in un libro che uscirà domani in edizione Garzanti e con Il Corriere della sera.
Oggi, lo stesso quotidiano ne ha offerto qualche “anticipazione”, che mostra, attraverso il titolo del breve commento di Luigi Accattoli, una “straordinaria libertà con cui (egli) parla di sé e di Bergoglio”. Come un editto alla rovescia, pubblicato oltre un millennio e mezzo dopo l’epoca di Costantino I, il libro rappresenta l’esclusiva dell’umanità, ruolo e funzione svolti dall’attuale “papa emerito” all’interno dell’odierna Chiesa romana.
In particolare, tra quelle anticipate, due sono senz’altro le affermazioni destinate a suscitare clamore. La prima, allorquando Joseph Ratzinger dice immediatamente di sé e della sua esperienza di papa: “Ma non riesco a vedermi come un fallito …”. La seconda, allorquando e viceversa mediatamente, dice dell’istituzione – per la quale nel corso di otto anni dice di avere svolto all’apice “il suo servizio”: “E’ chiaro soprattutto che la scristianizzazione dell’Europa progredisce, che l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi …”.
E allora, mi sovviene una breve frase di Roberto Gervaso: le apparenze ingannano chi vuol farsi ingannare.
Angelo Giubileo

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