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Fidanzati in casa (sua)

Il quasi fidanzamento tra Trump e Conte e l’apparente nuova offerta a Teheran.

di Alberto Pasolini Zanelli | 6 Agosto 2018

Un abbraccio e un “mani in alto”. Messi assieme per creare una specie di festival dello stile politico dell’uomo della Casa Bianca, che è riuscito a incollare dentro poco più di un giorno due dichiarazioni politiche destinate ad avere una forte risonanza. La prima riguarda l’Italia e consiste in una specie di fidanzamento fra Donald Trump e Giuseppe Conte, non sorprendente se non per il suo calore e costituisce, soprattutto nel tono, una novità. Il secondo è un messaggio che non presenta nulla di realmente nuovo ma cerca, probabilmente riesce, di incollare nello stesso discorso una apparente novità, che è un’offerta ai governanti di Teheran ricalcata su quella ribadita da lunghi mesi al dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Consiste in una promessa quasi esattamente formulata nello stile dei messaggi a Pyongyang: “Parliamoci, io sono pronto in qualsiasi forma e in qualsiasi momento”. Ma non ci sono promesse e non si ritrovano novità. Le differenze, infatti, sono, concretamente, decisive in assenza di quella alternativa di toni in Corea che ha caratterizzato lo stile diplomatico del neopresidente Usa nei primi due anni della sua presenza alla Casa Bianca. Costellata di minacce, però associate più frequentemente a promesse almeno una delle quali mantenuta: il vertice a Singapore all’insegna della cordialità e dei segnali alternati di proposte. Una “generosità” non comune, soprattutto perché si è mostrata dopo che l’interlocutore aveva pronunciato un passo di risonanza mondiale: “Cari amici, mi sto facendo l’arma nucleare. Vedete un po’ voi che cosa potete offrirmi per ottenere qualche sconto” e avviare delle trattative fra Pyongyang e Washington, che erano non si erano mai aperte in mezzo secolo dopo una guerra, arenata poi in mancanza di un armistizio e dalla più volte ribadita intenzione di non chiedere e non offrire concessioni. Ricordiamo invece come questa fase si è conclusa: senza risultati concreti per ora, ma con l’intenzione manifesta di andare avanti al di là perfino di un dialogo e di valutazioni politiche e umane della democrazia americana nei confronti dell’ultimo e più bellicoso dittatore comunista.

Nel “testo” di oggi rimane solo la disponibilità a parlarsi, ma in tempi meno serrati e con un concreto cambio di indirizzo. Trump ha meno fretta anche in seguito ai promettenti sviluppi, anche perché sembra deciso a cambiare l’interlocutore, essendosi convinto dei ripetuti moniti dei suoi più diretti collaboratori, soprattutto militari, che l’Iran non è la Corea del Nord anche perché al suo vertice non c’è un “comandante” unico: il presidente Rouhani, l’uomo politico eletto che più volte ha manifestato interesse preferenza per riprendere il dialogo con l’America, bensì il leader “religioso” Khamenei, che non ha mai nascosto la propria convinzione che in una forma o nell’altra, la guerra degli anni Cinquanta continuerà.

Washington, che ha condotto per mesi una politica di “pacificazione” condita però da un ultimatum che consiste nel mantenere le condizioni presenti nel documento complessivo di richieste e di sanzioni firmato al termine del lungo “confronto” fra nove nazioni, sette delle quali considerano le clausole e le promesse come mantenute, mentre all’America interessa quella respinta. Di qui i continuati moniti e minacce, ribaditi e riassunte nelle ultime ore nel testo di un messaggio inviato al presidente Rouhani: “Mai, mai minacciare nuovamente gli Stati Uniti, altrimenti soffrirete conseguenze senza uguali nella storia. Noi non siamo più un Paese che sopporta le Sue parole demenziali di violenza e di morte. State attenti”.

L’Iran non ha ancora risposto e non sembra scosso né spaventato. Il suo ultimo messaggio viene da un portavoce di Khamenei: “Non ci lasciamo impressionare. Il mondo ha sentito (da Trump) parole ancora più violente pochi mesi fa in una escalation di minacce alla Corea del Nord. Gli iraniani si sono abituati a questo linguaggio per quarant’anni. E sono stati testimoni di migliaia di imperi, incluso il nostro, che hanno preteso da altri Paesi più della vita. State attenti!”.

Alberto Pasolini Zanelli    (letter from Washington)

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, casa bianca, democrazia, discorso, dittatore, mondo, stati uniti, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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