“Ma che colpa abbiamo noi?” diceva una popolare canzone qualche anno fa. La pasta (quella da cuocere, non quella alla crema) aumenta del 15 per cento. Il pane aumenta del dieci per cento, avanti di questo passo costerà più un chilo di pane di un cellulare dell’ultima generazione. Mangeremo un palmare al salame. Tutto bello e tutto giusto, grande attesa per la pacificazione nazionale, per il ritorno in grande stile alle grandi feste di primavera, è giusto e sacrosanto che tutti ma proprio tutti che vogliono condividere valori culturali e civili profondi celebrino e festeggino il 25 aprile, festa della Liberazione, data inequivocabilmente storica per l’Italia, ed il 1° Maggio, festa del Lavoro e dei lavoratori. Valori condivisi, memorie di battaglie e di scontri anche duri, e vittoria dei sentimenti della libertà, dell’uguaglianza, della modernità. Tutto questo sfondo non puo’ che essere positivo e promettente, ma la vita quotidiana è più simile ad una specie di festa al consumatore, più che del consumatore. Nel senso vero e letterale dell’espressione. Ci fanno la festa, ci ammazzano di aumenti. Le feste del consumatore con cartelloni e schiamazzi pubblicitari sulle strade e sui muri si trasformano in feste al consumatore, richiami forti e subdoli a comprare di giorno, di sera, di festa, di mattina presto, di pomeriggio in pausa, e fare cassa, con promozioni, annunci di risparmi, sconti e saldi, ma alla fine il conto è sempre salato. Aumentano i prezzi dei beni di primissima necessità. Avanti di questo passo fra un po’ si pagherà meno al supermercato il salmone e il caviale rispetto a pasta, pomodoro e panino. No, non è solo il mercato bellezza, è una generale tendenza a perdere il buon senso economico. Piccoli prezzi pazzi crescono. Possibile che nella stessa città, la cosiddetta vivibile Bologna, cappuccino e cornetto li paghi al banco 2 euro e 10 da una parte, e 2 euro e 35 nel locale di fronte? Stesso latte, stesso caffè, stesso lievito, stesso rango di locale. Mah. Ti dice: vabbè stai a rompe per 25 centesimi. Eh, rispondo: 25 centesimi di qua, 25 centesimi di là e non arrivi al 20 del mese. Con questo mese di maggio poi l’annuncio di aumenti di bollette e tariffe è generalizzato: sette euro in media in più per un pieno di gasolio o benzina, aumenti in vista -anche se il petrolio sembra non aumentare di pari passo- per gas e luce. Al supermercato, anche di mattina presto, corsie appena aperte, vedi gruppi di clienti, data l’ora molti anziani, che si aggirano sperduti tra i blocchi delle offerte speciali e gli angoli delle promozioni. Col rischio di prendere quelle bottiglie, quei profumi o quei biscotti che in fondo non servono, ma solo perché sono in offerta speciale rispetto ad altri prodotti che invece servivano ma “sembrano” più cari. La vera festa del consumatore sarebbe fare chiarezza anche sulle offerte e nelle offerte.
Perché dalla festa alla presa in giro il passo è breve: vai lì pensi di risparmiare e compri 5 cose indispensabili, 5 cose quasi utili e dieci cose inutili, indotte dall’offerta. Diceva una signora di un super di Bellaria: “Vede io tengo cinque tipi di dentifrici e tre tipi di acciughe, se in un posto gliene offrono 20 per genere vuol dire che prima o poi si perderà”. Ho fatto spesa l’altra mattina quasi all’alba in un super: prodotti da sopravvivenza alimentare come grissini e salumi un po’ di succhi, un docciaschiuma, uno spazzolino, un sacchetto di brioss. 48 euro e le borse sembran vuote. 90 mila lire di una volta. Che tenerezza, la nonna una volta con 90 mila lire ci faceva la spesa per una settimana e per dieci a tavola. Buon consumo a tutti.
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Fabrizio Binacchi

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