• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Femminicidio politico

Evita e Isabela Peron, Michelle Bachelet, Cristina Kirchner, Dilma Rousseff: una volta si parlava di “Matriarcato” per l’ascesa al potere di donne in America Latina. Oggi si parla di “Femminicidio” politico.

di Alberto Pasolini Zanelli | 24 Aprile 2016

“Femminicidio” è stata fino a poco tempo fa una parola di moda, sgradevole, irritante, vascello di demagogia ma anche di autentiche strette cuore. Cominciava, adesso, a diventare un po’ meno di moda, senza che le cose siano cambiate gran che per le donne e magari anche per gli uomini. Ciò che si avanza adesso è una versione certamente più morbida: il femminicidio politico, quello con cui stiamo facendo conoscenza in tutto il mondo ma che viene essenzialmente dal Sud America. Magari era inevitabile, come fenomeno di reazione, nel campo appunto politico, era forse destinato a succedere all’altra ondata che negli ultimi anni ci è arrivata dai Paesi più grandi della grande America Latina. La parola agli inizi di questo decennio era Matriarcato. Un intero continente si andò rapidamente rifugiando nelle braccia di politicanti gentili. I nomi vengono sulla punta della lingua anche a chi poco si occupa dell’emisfero meridionale in genere. Michelle Bachelet: Cile. Cristina Kirchner: Argentina, erede in tutto di Isabela Peron. Sono solo i nomi più famosi Dilma Rousseff: Brasile. Più i, anzi, le “minori”. Si tentò anche di capire il perché della svolta al femminile proprio in terre con una lunga e poco felice tradizione dei colpi di Stato delle dittature militari. Le donne come “rivoluzionarie”, alla loro maniera, che non disdegnavano, come nel caso della Kirchner e delle sue radici in Evita, le eredità ma neppure forme più tradizionali di militanza. L’esempio massimo è proprio Dilma, che il potere l’ha “ereditato” da un rivoluzionario pacifico come Lula ma che in gioventù aveva militato anche come guerrigliera con tanto di uniforme e mitra in spalla nella giungla: anche se non sparò mai un colpo a causa di una miopia micidiale. Fra tutti i Paesi del matriarcato, fu proprio il Brasile ad avere il maggior successo. Il “miracolo a Rio” fu il più grosso e il più inatteso. L’Argentina, purtroppo si sa, deambula da una crisi all’altra, anche se ha generato una nostalgia che non muore, nel nome di Evita e di Juan Peron.
Anche il Brasile era in condizioni pessime quando “Lula il Metallurgico” arrivò al potere. Ci si aspettava un peronismo in peggio. Il leader non era proprio noto come economista, la sua qualità più evidente era il coraggio che lo faceva assomigliare, più che agli altri caudillos latinoamericani, a un altro combattente di origine operaia, il polacco Lech Walesa, una specie di Gandhi dei cantieri di Danzica che diede l’ultima spinta al crollo del comunismo. Come risultato delle riforme, anzi, Lula fece molto, di più e di meglio, di Lech. Fu eletto e rieletto e rieletto. La Costituzione brasiliana gli proibì di andare oltre e allora egli si scelse per erede Dilma, soprannominata fra l’altro “Giovanna d’Arco della giungla”. Una “ragazza” in più di un modo eccentrica, figlia di un bulgaro, profugo ma non dal regime comunista bensì da quello che c’era prima. Ma aveva studiato anche economia e per un certo tempo dissero che era stata lei a insegnare a Lula a “fare di conto”. I risultati furono dunque straordinari, inattesi.
Negli anni di Lula trenta milioni di brasiliani poveri trovarono un posto in una classe media che nasceva solo allora. Grazie a una serie di riforme molto coraggiose e “spinte”, ma che non escludevano una collaborazione con la élite finanziaria. Nei dicasteri economici di Lula banchieri molto conservatori sedevano accanto a Dilma. Il contrasto era marcato, soprattutto con il vicino Venezuela di Hugo Chavez. Dal sottoscala il Brasile salì quasi al vertice: perlomeno a quello “alternativo” che ancora è siglato Bric. Sono le iniziali, il Brasile è il primo della lista, seconda la Russia, poi India e Cina: l’alternativa alla “internazionale capitalista”. Non lo superò mai perché su tutti e quattro i Paesi si abbatté, dopo il boom, la recessione, causata principalmente dal crollo dei prezzi delle materie prime (e, nel caso della Russia, da sanzioni politico-militari). La catastrofe coinvolse anche altri Paesi dell’America Latina, da sempre fragili. È tornata una rovente inflazione, si sono ripresentate scelte non più eludibili. Ritorna la disoccupazione di massa, svettano deficit di stile argentino, anche se non ovunque in quella misura. Tutto questo è accaduto negli ultimi anni e ha coinciso con la successione di Dilma Rousseff a Lula.
Dicono gli esperti che la “ragazza” non ha avuto il coraggio di aumentare le tasse, diminuire le pensioni, imporre l’Austerity. Ha preferito ricorrere a una forma diversa di emergenza: ha scelto di distogliere dal Banco centrale grandi somme con cui finanziare il deficit, continuando ad elargire pensioni generose. E offrendo così il fianco a un attacco politico travestito da scrupolo finanziario. Spontaneo ma anche istigato, il malcontento è dilagato finché si è fatto ricorso a un’arma che dovrebbe essere decisiva: l’impeachment. La Costituzione brasiliana è più complessa di quella Usa, richiede diverse “tappe” in Parlamento, che sono state in breve bruciate. Adesso manca solo il voto del Senato. Se andrà come le previsioni ribadiscono, Dilma dovrà andarsene. Quello che spinge di più perché lei bruci le tappe è il vicepresidente, un certo Michel Temer, che ha fretta anche perché dopo tocca a lui. Le accuse che lo riguardano sono in effetti molto più gravi di quelli della tuttora presidente: non riguardano soltanto, come quelle di Dilma, disinvolture di bilancio, ma violazioni di leggi a scopi di lucro personale. Non si prepara, dunque, un solo impeachment, ma almeno due. L’opinione pubblica è sempre più disposta a far “piazza pulita”. E gli organi dello Stato, dalla magistratura in giù, ne condividono l’umore. Nei giorni scorsi si è giunti al punto di mandare gli agenti di prima mattina in casa del vecchio Lula per portarlo a farsi interrogare. E poi rilasciarlo, ma provvisoriamente. Dilma l’aveva incaricato della propria difesa. Nelle strade e nei comizi qualcuno addirittura cita come esempio l’intervento militare di tanti anni fa. Si gratta nella storia per giustificare l’ultimo caso di femminicidio politico.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, brasile, chavez, cina, comunismo, costituzione, crisi, demagogia, emergenza, finanziaria, india, magistratura, massa, mondo, parlamento, pensioni, recessione, regime, riforme, tasse, usa

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti