
Dall’elenco completo dei premi ufficiali della 68.a Mostra internazionale d’Arte Cinematografica, tre cartelle spillate in un fitto fitto fronte- retro, consegnato il 10 settembre a tutti gli accreditati che si trovavano ad occupare gli spazi della manifestazione, si poteva leggere in testa al primo foglio:
“La Giuria Venezia68, presieduta da Darren Aronofsky e composta da Eija-Liisa Ahtila, David Byrne, Todd Haynes, Mario Martone, Alba Rohrwacher, Andrè Tèchinè dopo aver visionato tutti i ventitré film in concorso, ha deciso di assegnare il Leone D’Oro per il miglior film a:
FAUST di Aleksander SOKUROV (Russia).”
L’esperienza artistica e culturale di questo autore russo nato nel 1951 inizia nella città materna, Gorky, nel 1968 dove inizia a frequentare i corsi serali della Facoltà di Storia e nel contempo a fare esperienza nella rete televisiva locale come documentarista e realizzatore di programmi in diretta.
Nel 1978 realizza il suo primo lungometraggio che fa seguito alla laurea conseguita presso l’Istituto di cinema VGIK che però disconosce l’opera ritenendola non conforme ai canoni della VGIK stessa. Questa prima esperienza viene, comunque, apprezzata e segnalata da Andrei Tarkovsky, il cui interessamento consente al giovane regista di lavorare per i Cinestudi Leninfilm di Leningrado senza di fatto che gli venga tolta di dosso l’etichetta di ‘autore dissidente’. In effetti la presentazione dei suoi lavori al grande pubblico avviene solo con il susseguirsi dei capovolgimenti politici che si sviluppano tra il 1985 e il 1987 rimanendo, comunque, quasi sempre estromesso dai fondi pubblici che terminano completamente per lui nel 1991. Da questo momento, intensificando l’impegno nel suo “Laboratorio Creativo” affina la sua tecnica e la padronanza del mezzo che con il tempo gli consentiranno il raggiungimento di numerosi riconoscimenti internazionali.
Il lavoro presentato a Venezia dal regista russo completa, di fatto, una tetralogia cinematografica che ha per tema il potere in ogni sua forma e degenerazione. Nei primi tre film i personaggi principali sono figure storiche reali. Dopo Moloch (Hitler) del 1999, Taurus (Lenin) del 2000 e Il sole (Hirokito) del 2005 ecco il Faust, meritatissimo Leone d’oro di Venezia 68.
Ad un primo esame ci si potrebbe chiedere: questa figura simbolica, Faust appunto, cosa ha a che spartire con i precedenti appartenenti alla storia?
Semplicemente la seduzione che il male e il potere offrono.
La follia del potere, il desiderio di possedere la conoscenza (il medico Faust seziona i cadaveri per scoprire il luogo dell’anima) portano l’uomo a superare ogni norma, ogni moralità e l’incontro con Mefistofele è solo il primo passo verso quella che può essere la conoscenza /perdizione. Faust non ha problemi a vendersi l’anima (non esiste, lui l’ha cercata e non l’ha trovata) e Mefistofele più che un conquistatore appare quasi come uno sconfitto. E’ un Mefistofele strano quello di Sokurov: è grasso, goffo, soffre continuamente di mal di stomaco, puzza, come puzza il mondo medievale che Sokurov ci fa vedere in un frenetico movimento di macchina che accompagna, precede, segue i protagonisti, immergendoli in un colore strano che tende al blu e dà a tutto il film quasi un odore solfureo.
Faust, come l’uomo moderno, ha perso la cognizione della sua origine, tutto preso dal desiderio del potere. Vuole conquistare Margherita ma desidera ancora di più dominare ogni forma di conoscenza e sembra che soprattutto nel finale, girato fra i ghiacci dell’Islanda, dopo aver scalato montagne e attraversato deserti sassosi, sia lui il vincitore. Ha ottenuto quello che voleva ma quanto durerà la sua vittoria?
I134’del film mostrano un Mefistofele che sconvolge le strade della città immersa in una cornice medievale; il testo letterario di Goethe consente al regista di raccontare ciò che avviene ‘prima’ della fatidica firma suggellata con il sangue e quali siano effettivamente le aspirazioni dello scienziato Faust (interpretato da un grande Johannes Zeiler). Le motivazioni alla base del destino di questo uomo sono in parte la sete di conoscenza e molto i progetti di lussuria è infatti per soddisfare la sua libido che Faust sembra lasciarsi irretire da un mellifluo luciferino usuraio, da notare la sublime istrionica interpretazione di Anton Adasinsky, ributtante ma simpatico Mefistofele.
I due protagonisti, che solo in apparenza sono vittima e carnefice e in effetti intimamente uniti, rendono memorabili le immagini medievali e decolorate di questo film che non poteva che essere recitato in lingua tedesca strumento necessario per meglio sottolineare la densità delle atmosfere coinvolgenti delle oltre due ore di rappresentazione.
Se un appunto si può fare, forse, è l’uso troppo insistito del grandangolo specialmente nelle scene finali: un peccatuccio davvero veniale, in effetti, che nulla toglie al film e al suo autore.

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