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Fato antico e Fato moderno

A differenza degli Antichi, i Moderni hanno smarrito il senso – di appartenenza all’intero Essere -, che ci caratterizza come “umani” e ci sottintende alla legge del Tempo, unico e vero “Dio”.

di Angelo Giubileo | 7 Settembre 2021

Cosa significa che Dio è morto per sempre e l’abbiamo ucciso noi (NIETZSCHE)? In realtà, “Dio” rappresenta l’immagine compiuta del “sacro” o meglio dello Spazio, che chiamiamo sacro, in cui l’umano ha inteso conservare o meglio “chiudere” l’esperienza, individuale e collettiva, di una vita divenuta essenzialmente passato, presente e futuro. Ma è indubbio che, in genere, noi umani odiamo i circoli chiusi, i cortocircuiti comunicativi, e abbiamo imparato a giocare abbastanza bene con i mattoncini del Lego espressivo (FERRARA 2019). E quindi non c’è uno spazio “chiuso” in cui avremmo imparato a rifugiarci in cerca di salvezza, una salvezza che non esiste, non è mai esistita e, in definitiva, non può esistere, perché tutto è e resta in gioco, ogni cosa è possibile, perché ogni cosa, l’Essere “è” e non è possibile che non sia (PARMENIDE).

In realtà, per fare ora un passo avanti, occorrerebbe che ne facessimo piuttosto due indietro e considerare che Nietzsche (e il suo “eterno presente”) sia piuttosto l’ultimo dei “moderni”, così come Parmenide l’ultimo degli “antichi”, che sarebbe meglio definire “arcaici” e cioè indagatori e scopritori dell’“inizio” che è esattamente quello stesso “inizio” cercato ancora da Heidegger. Tre secoli di fisica presocratica – antecedenti allo stesso Parmenide e di cui egli stesso è pienamente partecipe – non erano e non sono stati infatti sufficienti a determinare il completo e totale abbandono del principio “classico” dell’“eternità dell’essere”, comune sia a Parmenide e a tutto il pensiero classico che ad Aristotele e ai fisici cartesiani che seguiranno e giaceranno infine in rovina: “l’Essere deve perciò in assoluto essere oppure non essere” (Parmenide, frammento 7/8, v. 16). Natura o Dio che ne sia l’Inizio.

Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend scrivono che Parmenide abbia scoperto o inventato lo spazio e che, prima del 500 a.C., l’unica realtà era il tempo (Il mulino di Amleto, ed. 2000, p. 91). Ovvero, seguendo il percorso tracciato dall’inizio: dal tempo e lo spazio di Parmenide al tempo e lo spazio di Nietzsche; laddove il primo descrive (e predilige) ancora il senso del tempo, mentre il secondo, immerso nell’abisso dello spazio comune moderno, prova a sfuggirlo, a emergere di nuovo in superficie, tirandosi su, in qualche modo, come magari accade al barone di Munchausen.

Tra il mondo di Parmenide e il mondo di Nietsche esiste una differenza sostanziale dell’essere. Ma, in entrambi i casi, vige una costante, la costante del Tempo che detta la “Regola”. La Regola è ciò che i moderni teologi e politici scambiano per “dogma” e “principio”: assiomi e postulati preimpostati a governare lo Spazio illusorio della costruzione di un “essere” che non è e non può essere l’“Essere” in-generato del Tempo, e cioè generato da, in e per se stesso. A evitare ogni forma di alienazione.

In estrema sintesi, dopo Parmenide: “non si tratta più della natura che agisce sull’uomo, ma dell’uomo che agisce sulla natura” (Ibidem, p. 96). E tuttavia, non bisogna fraintendere: la sintesi va intesa riguardo al senso, al significato dell’appartenenza della propria condizione “umana”, che non rinuncia a darsi una spiegazione del Fato, ma in qualche modo lo comprende e, nel caso, dei “primitivi” pre-moderni, lo accetta e lo condivide. A differenza dei moderni, saggiamente. Altro che primitivi, tutt’altro (!).

La regola del Tempo è evidente e immutata. Al contrario del dogma dello Spazio, che muta tra “vecchio” e “nuovo” e quant’altro ancora dovrebbe accadere… La domanda è: esiste una regolarità nei fenomeni che appaiono all’occhio comune delle nostre menti e dei nostri sensi? Per gli antichi, la risposta è quella che l’antica scienza ci fornisce da sempre, che non è quella moderna della matematica. Bensì la scienza antica dell’episteme, fatta di numeri, pesi e misure. E per prima, la misura del Giorno e della notte: un rito costante e immutato nel tempo. E da qui: la misura dell’anno sidereo (354 giorni) e dell’anno solare (365 ¼ giorni), arrotondata dunque a 360 giorni, a identificare la misura del moto di rivoluzione – approssimativa e dunque sempre incerta come tutte le misure – dell’Anno; e, in relazione al corpo planetario a noi più prossimo, la Luna e le sue 12/13 sembianze annuali, da cui la misura dei mesi, le aree dello zodiaco, le ore anti e postmeridiane del Giorno, sin dall’inizio del tempo separato nel giorno e nella notte; la misura del Grande Anno necessario a misurare l’altro moto di rivoluzione dell’asse terrestre (72 anni x ogni grado x 360 gradi = 25.920 anni); la misura dell’arco solare nel suo percorso giornaliero inclinata di 23,5° rispetto al piano dell’eclittica uguale alla misura massima dell’ampiezza dell’arco settentrionale – laddove risiede la Polare o Sirio e solo in seguito dimora di Kronos – che incrocia i moti rivoluzionari degli assi terrestre e solare, e ancora: la misura dei Sette Saggi, i Pianeti, divenuti effige assai sbiadita della nostra quotidianità; altre e altre misure sempiterne del Tempo, divenute nello Spazio dei Moderni preda esclusiva della Matematica. E tuttavia, prima che Kurt Godel dimostrasse a tutti che ciò che regge la matematica è in vero una struttura Metamatematica, inattingibile, che gli Antichi tuttavia sapevano essere il Tempo, Uno e Trino, che Platone chiamava “Il Medesimo”: eterno di Aion, eventuale di Kairos, cronologico di Kronos.

E infatti, Esiodo rappresenta già il nuovo, la regola confusa e quindi errata dello Spazio caotico (Kaos) – che Platone chiamava per l’appunto “L’Irregolare” e “L’Indisciplinato” – e che, secondo i canoni della scienza e fisica aristotelica, deve pertanto essere governato dal dogma di Dio e/o principio della Natura. Ai quali, tuttavia, lo Spazio sfugge, con sempre maggiore ed evidente regolarità. L’antico senso continua pertanto a sfuggire al moderno senso dell’essere: “L’uomo moderno sta affrontando il non-concepibile; l’uomo arcaico, invece, manteneva una salda presa sul concepibile inquadrando nel proprio cosmo un ordine temporale e un’escatologia che avevano un senso per lui e riservavano un destino per la sua anima” (Ibidem, p. 25). Un destino inscritto nella logica del Tempo e non nella logica viceversa di uno Spazio futuro, un nuovo Paradiso della Religione o della Tecnica e, in questo caso, un nuovo Paradiso Artificiale che fonda il PostModerno e apre alla possibilità di uno Spazio Virtuale immanente…

Laddove hanno fallito i Moderni non è detto che falliscano i PostModerni, e tuttavia – se ciò di cui parliamo è il destino dell’“Umano” (e non la stupida costruzione evoluzionista che ne traccia un percorso morfologico e non animistico dalla Scimmia al Sapiens), allora è inutile ancora cercare, la risposta giace immutata nel tempo e nel tempo concesso dovremmo piuttosto riconoscerla e accettarla: “Le grand don de ne rien comprendre à notre sort”.

Angelo Giubileo

Pubblicato in : #Pensalibero24, MetamorfosiTag: anni, futuro, misure, mondo, natura, religione

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

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