
Ad operazioni concluse – cioè quando Israele avrà cacciato l’ultimo palestinese da Gaza e abbattuto le poche rovine ancora in piedi, quando anche l’avamposto pediatrico distrutto sarà un ricordo e i trenta bambini rimasti vivi per miracolo saranno evacuati – scatterà la prima sanzione dell’Europa contro Tel Aviv: da domani basta finanziamenti ai coloni cattivi. E le armi? Quelle cosa c’entrano. E poi, per un’operazione del genere, ci vuole l’unanimità. Nel frattempo quei coloni birichini dovranno fare a meno dei 20 milioni elargiti da Bruxelles. Uno scherzo? Purtroppo non lo è – e me ne rammarico – ma siamo ormai sconfortati da tanta inadeguatezza, inutilità, burocrazia, ipocrisia e indifferenza di un’Unione Europea sempre in ritardo su tutto. E quando interviene, perde una preziosa occasione per tacere, piuttosto che irritare i propri cittadini con le peggiori figure internazionali. Sono gli armamenti che non dovremmo più fornire a Israele. Non perché Netanyahu o il suo governo abbiano bisogno dei nostri fucili, ma per dimostrare che siamo sempre e comunque schierati davvero dalla parte della pace. Ma per quale motivo decine di piccole imbarcazioni, con equipaggi di vari Paesi, dovrebbero approdare in una città ormai svuotata di quegli esseri che la abitavano, rischiando pure di essere cacciati con gli stessi proiettili prodotti e forniti dai loro stessi Paesi di origine? Una beffa. Viviamo in un mondo-beffa. Intanto Trump è stato ricevuto nel castello del re d’Inghilterra e dai suoi principi, per essere onorato in un banchetto di gala che avrebbe potuto sfamare l’intero popolo palestinese. Spiace dirlo – e spiace ancora di più questa facile retorica – ma tutto ha un limite. È un po’ come andare nei quartieri più poveri del mondo con un Rolex d’oro al polso e il portafogli pieno di dollari. Una provocazione. Una doppia provocazione, se si pensa che l’argomento della serata sarà la sorte di quei disperati che, nello stesso momento, mangeranno pane e odio. Anzi, solo odio. Ma l’Europa continua a restare in bilico tra le parole e i gesti. Ogni appello per un cessate il fuoco viene accolto con dichiarazioni formali, ma non segue mai una decisione efficace. Ogni volta che si parla di sanzioni, di embargo o di sospensione degli accordi commerciali, la procedura si trasforma in una giungla politica di veti e rinvii. Nel frattempo i civili muoiono senza che chi detiene il potere senta la pressione di chi lo elegge. È un’ipocrisia che diventa crimine, se tradotta in silenzio mentre le bombe cadono. E si rischia così di perdere non solo il diritto di parlare, ma anche la fiducia di chi guarda all’Europa come a qualcosa che dovrebbe incarnare giustizia e diritti umani rispetto alle guerre. Non il dominio delle armi insieme ad un’inondazione di farisaismo.
Angelo Santoro

Lascia un commento