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Se esce la Francia torniamo indietro di un secolo

di Guido Salerno Aletta | 19 Febbraio 2017

Saranno le elezioni francesi per le presidenziali, nel doppio turno del 23 aprile e del 7 maggio, a decidere i destini dell’Europa. La vittoria di Marine Le Pen segnerebbe una svolta irreversibile, con il ritorno verso le sovranità e le monete nazionali, smantellando lo schema di convergenza che ha caratterizzato tutto il Secondo dopoguerra. Nonostante tutti i sondaggi prevedano che la Le Pen arrivi in testa al primo turno ma che poi sarà seccamente sconfitta al ballottaggio, quale che sia l’altro candidato, nessuno si fida più di queste.  E’ poi illusorio affidarsi ai risultati economici conseguiti, come quelli citati dal Governatore della Bce Mario Draghi, che ha ricordato che la crescita europea è stata nel 2016 dell’1,7%, superiore all’1,6% degli Usa, mentre la disoccupazione è finalmente calata sotto la soglia del 10%. Negli Usa, che pure secondo le statistiche ufficiali avrebbero una disoccupazione ormai stabilmente sotto il 5%, il dissenso ha prevalso, portando alla elezione dell’outsider Donald Trump. Anche al referendum sulla Brexit la narrazione consueta non è riuscita ad imbastire il consenso, che è stato coagulato da un messaggio distruttivo dell’ordine esistente. Siamo di fronte a dinamiche implosive, così come avvenne al tempo della caduta del comunismo nei Paesi dell’Est europeo e della dissoluzione dell’URSS: la crisi di credibilità di quel sistema, la mancanza di prospettive, fu fatale. Anche in Francia l’insoddisfazione dei cittadini è palese: è il frutto del fallimento politico del quinquennato di Presidenza di Francois Hollande che non si è neppure ricandidato per un secondo mandato. Il suo fallimento non è stato solo quantitativo sul piano dei risultati economici, ma politico: non è riuscito a mantenere nessuno degli impegni volti a modificare le regole europee che hanno imbrigliato la Francia e l’intero continente. Aveva promesso formalmente di rinegoziare il Patto Europeo di Stabilità e Crescita, di omogeneizzare il ruolo della Bce rispetto a quello delle altre principali Banche centrali, e di istituire gli Eurobond. Sul piano dei risultati economici e finanziari, c’è un enorme scarto tra le promesse ed i risultati: alla fine del mandato, la Francia avrebbe azzerato il deficit annuale, riducendo in modo consistente il rapporto debito/pil, mentre la crescita si sarebbe stabilizzata tra il 2 ed il 2,5% nel triennio 2015-2017. I risultati sono stati pessimi: il pil è cresciuto della metà (5,3% anziché 11%) ed ancora quest’anno rimarrà inchiodato all’1,3%; nel 2017 non si raggiungerà il pareggio di bilancio, con il deficit ancora al 3%; il rapporto debito pil è aumentato dell’8,2%, anziché diminuire dell’8,5%. La spesa pubblica, che doveva calare del 2,6% sul pil tra il 2012 ed il 2017, è scesa appena dello 0,6%. C’è un altro elemento, politicamente decisivo: la pressione fiscale è aumentata senza tregua, passando dal 49,7% del 2007 al 50,8% del 2011, fino al 53,3% di quest’anno (+3,6%). Va aggiunto, sempre con riguardo alla Francia, che a differenza dell’Italia, nessuno può addebitare il fallimento della Presidenza Hollande alla instabilità politica, oppure all’assetto costituzionale che consente al Parlamento di frenare la azione del governo, e men che meno ad un apparato burocratico incapace di dare immediato seguito alle decisioni politiche. Nessuno, quindi, dei vizi e dei difetti che caratterizzerebbero negativamente il sistema politico-istituzionale italiano, e che frenerebbero le azioni riformatrici è riscontrabile in Francia. In Italia, in realtà, il governo ha sempre ottenuto la fiducia su qualsiasi provvedimento abbia presentato, e neppure ha dovuto fronteggiare le ripetute contestazioni popolari che hanno punteggiato la approvazione della Loi Travail, il Job Act francese. La campagna presidenziale in Francia si svolge in un contesto peggiore rispetto a quello in cui si è dibattuto della Brexit o della successione a Barack Obama: nessuno dei candidati della sinistra vuole assumendosi la eredità di Francois Holllande. Il continuismo è balbettante, incerto. La candidatura di Marine Le Pen è dirompente, perché inquadra tutti i suoi impegni politici, i “144 engagements” del suo programma, in un contesto di rottura rispetto ai due nemici della Francia e dei suoi cittadini: la mondializzazione finanziaria ed il jihaidismo. Tutti i partiti tradizionali sono messi nella stessa barca, la destra e la sinistra dei soldi: l’Europa e l’euro non sono altro che uno strumento della mondializzazione. Diversamente da Trump, che per sostenere il paradigma “America First” si è focalizzato sul tema dei rapporti commerciali squilibrati con la Cina, il Messico e la Germania, la Le Pen affronta un tema identitario molto più profondo: la sopravvivenza del popolo francese come entità collettiva, capace di determinarsi liberamente, sotto il profilo politico, ma soprattutto di mantenere inalterati i propri valori culturali e sociali. Mentre Trump esprime la frustrazione di un’America che è un gigante politico e militare, ma che viene impoverita da accordi economici squilibrati e da comportamenti parassitari delle sue stesse multinazionali, la Le Pen ritiene che l’impoverimento della Francia dipenda dal prevalere dell’economia e dalla finanza sulla politica, e che solo riprendendo sovranità la Francia potrà sopravvivere. L’Unione europea non sottende più un ideale solidaristico tra i popoli, ma è un progetto che bada solo agli interessi della finanza e del mercato. Così ognuno partecipa per un pezzo, quello che gli fa comodo. La Gran Bretagna è già uscita, ma se esce anche la Francia, torniamo indietro di un secolo. Il fantasma della questione tedesca è già fra noi.”

Guido Salerno Aletta (da facebook – R.I.S.A.L.I.R.E.)

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, banche, banche centrali, barack obama, bce, cina, comunismo, consenso, crisi, draghi, elezioni, fallimento, finanziaria, francia, francois hollande, germania, governo, gran bretagna, italia, la germania, mario draghi, mercato, obama, parlamento, referendum

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