
In Turchia è accaduto qualcosa di gravissimo, un golpe giudiziario politico dall’alto, che svuota la democrazia nella forma e nella sostanza.
Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, principale oppositore di Erdogan, è stato arrestato con un’accusa pretestuosa. Il suo arresto non nasce da reali reati, ma da un uso strumentale della giustizia per eliminarlo dalla scena politica.
É un atto politico, autoritario, che mira a colpire chi rappresenta un’alternativa democratica credibile.
Erdogan sta portando la Turchia, paese membro della NATO, verso un regime dittatoriale, interpretando bene il vento antidemocratico che soffia nell’America di Trump e trova ampi consensi e sostenitori nella destra estrema europea, a cominciare dalla trumpiana oltranzista presidente italiana Giorgia Meloni.
Alla violenza istituzionale di Erdogan, il popolo turco ha risposto con coraggio. A Istanbul una folla immensa di persone è scesa in piazza, sfidando la repressioner e le intimidazioni. Donne, giovani, operai, cittadini comuni hanno riempito le strade per dire no a un potere che vuole conculcare le libertà democratiche e mettere a tacere ogni forma di dissenso. Una mobilitazione imponente, pacifica, limpida. Una lezione di dignità e di speranza per tutta l’Europa.
Il governo italiano non può restare in silenzio. Non può continuare a trattare Erdogan come un interlocutore qualsiasi, mentre reprime la libertà di stampa, arresta sindaci e parlamentari, soffoca la protesta. Serve una presa di posizione chiara: diplomatica, politica e pubblica. Serve dire con forza che i diritti umani e le libertà democratiche non sono calpestabili, neppure per convenienze geopolitiche.
L’Italia può e deve spingere per una revisione dei rapporti tra UE e Turchia, soprattutto in merito ai fondi europei di preadesione, ai trattati commerciali e al controllo dei flussi migratori (che Ankara usa come leva per ricattare l’Europa).
E infine, un appello alla sinistra italiana e a tutte le forze democratiche.
Occorre una reazione, una mobilitazione visibile, anche simbolica: davanti all’ambasciata turca, con una lettera aperta letta pubblicamente, con la presenza di sindaci, intellettuali, parlamentari. Serve dare voce alla società civile turca, ai democratici, agli esuli. Serve tornare a pensare in termini internazionalisti, come ci ha insegnato la nostra storia migliore.
Enrico Rossi

Lascia un commento