Abbiamo perso –i più o solo io- l’inseguimento alla ingenuità. E la seduzione alla incredulità.
Un tempo. Soffuso di balde tenerezze, nelle ore tarde della notte. Per vie infreddolite e complici. O per rossori. Furtivi e debordanti. Che salutavano l’ingresso in piccole case. Templi di bambole reliquie. A volte odorose di fresie e di caffè.
Si inseguiva l’ingenuità. Perchè ogni uomo o donna doveva essere l’icona della possibilità. Esempio a se medesimo. Manifestato. Tangibile. Angelico. Ovvero l’evocazone. Il sogno agghiacciante. Demoniaco. Angosciante. L’uno o l’altro, l’assoluto immaginabile. Carpito. Tra le pieghe di corpi disfatti dai segreti. Velati di colori da maschere impossibili.
Si. La giovineza richiedeva idoli per santificarsi. Parole e racconti infiniti. Per l’oltre di un’esperienza fatta di risuoni antichi e vicini. Annunci della morte. Sospiri incauti della vita.
Era lei, il simulacro che santificava il sinuoso percorso della poesia, della solitiudine, della battaglia prossima ventura, della guasconeria. Agli angoli di pudori repressi. O pronti ai richiami di ogni commozione.
Orecchie attente percepivano la cantilena dei gesti. Insita, l’invocazione dei cento, mille uomini che avevano sacrificato il destino. A smascherare la inettitudine ai campi di guerra. Al dolore. Scrivendo la propria storia sui merletti slabrati dell’intimo o su lenzuola ripiegate.
Era l’ora sfrontata. Acerba. Per le vestali della dea divinatoria. Sorvegliante acerrima, ai picchi, di ogni ipocrisia.
Vera puttana. Come vero era il despota. Come vera era la domanda.
Sacerdotessa della sincerità senza disfatta. Del racconto senza favola. Della poesia senza lussuria.
Maldestramente abbandonata dagli anni. Degli inseguimenti. Per perdersi nelle nefandezze della simulazione. Della vergogna. Del vero, senza principio.
Elogio della puttana. Elogio del vero. Degli uomini. Del pensiero. Degli atti.
Ora è il disdicevole tempo. Di puttane vere.
(f)

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