
Con la posizione di Schlein, contraria al riarmo europeo proposto da Ursula Von Der Leyen, il PD ha compiuto una svolta politica di grande valore che è conseguente e fa tutt’uno con la svolta già attuata sulle politiche sociali e col sì ai 5 quesiti referendari che mirano a modificare il Jobs Act e a dimezzare i tempi per la residenza ai migranti.
Se ci sarà coerenza si delinea così una identità nuova del PD, diversa da quella moderata, centrista e governativista tenuta per un lungo periodo, almeno dalla nascita del governo Monti nel novembre del 2011 fino al 2022.
Infatti, prima con Monti e più di recente con Draghi, il PD ha fatto parte di governi di unità nazionale, mentre ha guidato con Letta, Renzi e Gentiloni governi di larghe intese o coalizioni allargate.
Al netto della parentesi (2018-2019) del governo Conte I (M5stelle e Lega), il PD è stato al governo per circa 9 anni su 11, attuando politiche sostanzialmente liberali, di centro, neoliberiste in economia, finendo per smarrire la sua base sociale e l’identità di partito di sinistra, vista come un residuo da abbandonare.
L’idea che muoveva il partito era che si può sconfiggere la destra solo puntando al centro.
Il rischio reale è stato di inseguire la destra e di assomigliarle al punto che gli elettori hanno finito per preferire l’originale.
Il peggior risultato della sua storia, con il 18,7% dei voti, il PD lo ottenne nel 2018 con Renzi segretario e Gentiloni capo del governo.
Ad esso seguì nel 2022 la clamorosa sconfitta di Letta con il 19% e con il minimo storico dei voti assoluti, scesi a poco più di 5.350.000.
Non c’è dubbio che Schlein abbia impresso un cambiamento politico che ha consentito al Partito di recuperare consensi e ricostruire un profilo di sinistra che ne fanno il perno e la forza maggiore di una coalizione alternativa alla destra.
Una coalizione ancora da costruire ma che, dopo la posizione di Schlein contro il riarmo, si trova più unita, pur nelle naturali differenze che caratterizzano i suoi partiti fondamentali, cioè il PD, il M5S e l’Alleanza e Verdi e Sinistra.
La svolta che la prima segretaria donna ha impresso al partito era ovvio che suscitasse reazioni interne, malumori e prese di distanza, soprattutto tra coloro che sono stati protagonisti della fase precedente.
Quanto all’Europa e alle posizioni dei socialisti europei, è evidente che la nuova linea si colloca in modo critico verso le scelte più moderate, ma non per questo il PD perde di forza e di ascolto, riuscendo con le sue posizioni a svolgere un proprio ruolo all’interno della famiglia del socialismo europeo.
La premesse per una buona politica ci sono.
Continuerà a dare frutti se si manterrà la barra dritta.
Enrico Rossi

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