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Elezioni/ seguire le mode non paga: comunque a decidere sono sempre stati gli elettori 

Quando alcuni editorialisti accreditano l’idea che votare o non votare sia inutile e non cambi niente raccontano una bufala colossale. Di Marco Mayer

di Marco Mayer | 12 Settembre 2022

 “Nessuno dica che [Vladimir] Putin non vuole la pace”. La frase di Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle, ha fatto notizia, ma non è un fulmine a ciel sereno. Essa conferma il posizionamento “mediano” di Conte in politica estera, un colpo al cerchio e una alla botte. In alcuni discorsi ha parlato genericamente di conflitto russo-ucraino senza un minimo accenno all’aggressione russa né alle responsabilità (non dico ai crimini di guerra) del presidente Putin. Altre volte ha invece ribadito la sua fedeltà euroatlantica, ma non ha mai nascosto le sue perplessità sull’invio di aiuti militari all’Ucraina.

A parte l’assurdità sostanziale della sua uscita su Putin (magari fosse vero che Putin vuole la pace) penso che i lettori di Formiche.net e gli elettori italiani dovrebbero soffermarsi anche sulle sue prime due parole della sua frase: “Nessuno dica”. Conte usa un tono perentorio e presuntuoso come se nessuno avesse il diritto di dissentire dalle sue affermazioni. È più forte di me, ma mi viene in mente Totò di “Lei non sa chi sono io”.

Ironia a parte, il nervosismo di Conte è giustificato. Pur appartenendo alla categoria ingiustamente bistrattata dei cosiddetti “premier non eletti” Conte porta sulle spalle due grandi fardelli.

Il primo – a tutti noto – è la responsabilità di aver innescato il processo che ha portato alla crisi del governo Draghi (con la gioia del centrodestra e di Putin). Il secondo è molto più complesso e ancor più difficile da affrontare. Il professor Conte ha governato l’Italia ininterrottamente dal 1° giugno 2018 al 12 febbraio 2021. Ora è alla guida del Movimento 5 Stelle, un movimento politico che – stando ai sondaggi – sia durante i 32 mesi del governo da lui presieduto sia nei 18 mesi successivi del governo Draghi ha subito una massiccia perdita di consensi.  Secondo l’ultima rilevazione Swg il M5 Stelle è in leggera ripresa all’11,9%. Tuttavia, anche se i sondaggi dovessero ancora migliorare, la distanza con le elezioni politiche precedenti resta siderale. Nel 2013 il Movimento raggiunse il 26,55% superando gli 8 milioni di voti e nel 2018 il 32.68%, in numeri assoluti, circa 10,7 milioni di elettori.

È probabile che dopo tanti successi il Movimento 5 stelle perda dai 6 ai 7 milioni di elettori dopo i cinque anni in cui è stato ininterrottamente al governo. Il voto del 24 febbraio 2013 e quello del 3 marzo 2018 hanno pesato moltissimo sulla vita politica e sul governo del Paese e così sarà, tra una ventina di giorni, per il voto imminente del 25 settembre 2022. Ciò non significa naturalmente che adeguate riforme elettorali e istituzionali non siano urgenti e necessarie per migliorare il funzionamento del sistema politico. I regimi autoritari fanno di tutto per far credere che le libere elezioni siano una inutile perdita di tempo come dimostra con documentazioni molto dettagliate l’osservatorio europeo sulle campagne di disinformazione promosse da Mosca e Pechino.

I media italiani fanno benissimo a registrare la sfiducia e la delusione dei cittadini verso la politica così come a accendere i riflettori sui difetti dei partiti, sulle loro fragilità e sulle loro ipocrisie. Tuttavia, quando alcuni editoriali accreditano l’idea che votare o non votare sia inutile e non cambi niente raccontano una bufala colossale.

Giovanni Orsina, tra i maggiori studiosi italiani di storia contemporanea, in una recente intervista a Libero ha sostenuto che “Quel che vogliono gli italiani negli ultimi dieci anni qualcosa ha contato, ma mica troppo. E gli elettori, che non sono affatto scemi, se ne sono accorti”. È vero, come afferma Orsina, che “la democrazia in Italia non passa un bel momento”, ma a mio avviso non è corretto i termini di “verità effettuale” svilire la rilevanza degli effetti (buoni o cattivi) delle scelte elettorali soprattutto in una società senza memoria come quella in cui stiamo vivendo. Negli ultimi dieci anni il voto degli italiani ha pesato molto, mi verrebbero da dire – scherzando – sin troppo. Chi se non gli italiani hanno scelto come primo partito il Movimento 5 stelle con tutte le conseguenze che questa scelta ha comportato?

Ho già ricordato il 2013. Grillo aveva avvertito che i suoi avrebbero governato l’Italia soltanto da soli perché avevano paura di perdere la loro presunta “purezza” entrando in governi di coalizione. Per cinque anni il partito che aveva vinto le elezioni ha avuto paura di governare è rimasto sui banchi dell’opposizione. Per inciso, con il senno del poi, Beppe Grillo forse non aveva tutti i torti: qualcuno ha forse nostalgia dei ministri Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli?

Il 3 marzo del 2018 i grillini hanno raggiunto la quota record di 10,7 milioni di voti, conquistando, grazie alla quota maggioritaria, un gran numero di parlamentari. L’aspetto sorprendente è che Grillo (forse a seguito di qualche consiglio nei circoli diplomatici che di tanto in tanto frequenta nella capitale) ha imboccato la strategia diametralmente opposta rispetto al 2013. L’imperativo è stato: non importa con chi il Movimento 5 stelle deve stare al governo a ogni costo. Forse una spiegazione c’è. Roma è città eterna e bellissima, ma anche un po’ credulona e provinciale. Altrimenti non si capisce perché nel 2018 in quasi tutti i salotti romani si sia dato credito a un personaggio come Steve Bannon, già ‘bruciato’ negli Stati Uniti negli stessi ambienti repubblicani da cui proviene.

A questo proposito ricordo di aver partecipato a una grande festa nel casale San Pio V, sede della Link University (dove per Sei anni ho diretto il Master in Intelligence e Sicurezza) in onore del governo gialloverde, il Conte I. Eravamo a metà luglio del 2018. Ricordo perfettamente che mentre il ministro dell’Economia Giovanni Tria sperava in chissà quali grandi aiuti finanziari da Pechino, moltissimi altri ospiti si vantavano dei loro rapporti di vicinanza con Bannon. Nessuno a Roma ci aveva fatto caso, ma il grande scandalo politico di Cambridge Analytica (di cui Bannon era vicepresidente) era già scoppiato da quattro mesi.

Per inciso, lo scandalo dura da 4 anni e il processo non si è ancora concluso. Pochi giorni fa, il 27 agosto scorso, Mark Zuckerberg per di evitare un lungo interrogatorio ha finalmente ammesso le proprie responsabilità personali nella vicenda. Purtroppo sulla scia di Cambridge Analytica il dark web sta tuttora inquinando la campagna elettorale in corso, mentre l’inspiegabile inerzia delle autorità preposte impedisce ogni reazione. Per fortuna, la Certosa di Trisulti ha riaperto ai pellegrini, ma il cammino verso la trasparenza è ancora lungo e tortuoso.

Quali lezioni trarre dalle vicende che ho raccontato? La prima è che con tutti i suoi difetti democrazia è libertà, è la libertà di votare che in Russia, in Cina e in tanti altri regimi dittatoriali del mondo si sognano. Votare è un diritto che tanti ci invidiano. Che senso ha non esercitarlo restando e a casa? La seconda è che la delusione per il Movimento 5 stelle dopo 10 anni in cui ha primeggiato sulla scena politica dimostra che seguire la moda del momento non paga. Siamo bombardati dalla propaganda tutti i giorni e a tutte le ore; ma quando si vota la cosa importante è ascoltare soltanto il nostro cuore e il nostro cervello.

Marco Mayer

Pubblicato in : EditorialeTag: 5 stelle, anni, beppe grillo, campagna elettorale, cina, crisi, democrazia, draghi, elezioni, elezioni politiche, governo, intervista, italia, mondo, movimento, notizia, processo, putin, riforme, roma, sistema politico, stati uniti, storia contemporanea, usa

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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